martedì, agosto 31, 2004
dall'escursione austriaca mi è rimasto un interrogativo: come un popolo così razionale possa scivolare così facilmente nel kitch, ondeggiando tra gli inutili cristalli Swarovski e i pupazzetti di ceramica Thun?
"Tutto sbatte di qua e di là, si muove, soffia come il vento e scompiglia le cose. Conviene fare come gli alberi, piantare qualche radice e avere rami robusti, lasciando che il vento vada." Gianfranco Bettin - LA NEBULOSA DEL BOOMERANG (pur nella sua siderale tristezza uno dei miglior Bettin!)
domenica, agosto 29, 2004
gli austriaci saranno pure un popolo "freddo" ma in quanto ad organizzazione sono insuperabili!
sabato, agosto 28, 2004
osservo Innsbruck dall'alto, ogni tanto passa un aereo in decollo, meno atterrano, penso che tra poco dormirò...e l'Italia che fa in finale basket!
venerdì, agosto 27, 2004
indice W.A.R. "Da mercoledì, i newyorkesi che vogliono sapere minuto per minuto quanto costa la guerra in Iraq agli americani possono dare un'occhiata al grande orologio digitale installato a Times Square per iniziativa di Project Billboard e del Center for American Progress (foto Ap). Uno sguardo che potrebbe agghiacciare, data l'entità delle cifre che vorticano nei quadratini luminosi: 122.820 dollari vengono «bruciati» ogni minuto, e alla fine del giorno diventano 177 milioni. L'orologio è partito segnando la cifra di 134,5 miliardi di dollari, e non si fermerà tanto presto. Il giorno del lancio dell'iniziativa il Center, legato all'ex presidente Bill Clinton, ha diffuso un rapporto nel quale ha elencato una serie di progetti alternativi alla guerra per rendere gli Usa più sicuri dal terrorismo. E comunque «contenere» Saddam Hussein negli ultimi 12 anni è costato «solo» 30 miliardi di dollari."
"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". [ENZO BALDONI]
penso che ci manchino degli elementi per capire...e ci mancheranno sempre...
giovedì, agosto 26, 2004
se ogni volta che tiriamo lo sciacquone ce ne ricordassimo..."Oms:oltre 1 miliardo di persone non dispone di acqua potabile"...forse proveremmo a fregarcene meno!
per sbaglio ho incrociato Fede che parlava di Libero a proposito di Baldoni...sovrumano
in Iraq c'è già da un po' una guerra d'occupazione, qualche stratega sta cercando di trasformarla o camuffarla in guerra civile...e le notizie come al solito sono parziali e confuse!
mercoledì, agosto 25, 2004
interessante per essere "informati" anche questo blog: http://www.pinoscaccia.rai.it/torre/
come si supponeva i vermi non tardano a comparire, alle volte ancora prima del cadavere, e senza mai essere riusciti a chiamare altri ostaggi mercenari, ora disquisiscono e ironizzano sull'essere giornalista di Baldoni...per fortuna che con la loro lucidità e professionalità difendono l'onore dell'ordine!
chi ordina le torture viene assolto, così come dopo più di due anni di detenzione illegittima si arriva a processare la servitù (autisti, guardie del corpo...); è così che funzione se qualcuno non l'avesse ancora capito!
martedì, agosto 24, 2004
Le réfugié italien a quitté la France pour éviter son extradition vers l'Italie. - Arrivederci Battisti ! - Par Dominique SIMONNOT - mardi 24 août 2004 (Liberation - 06:00) esare Battisti a, selon nos informations, quitté la France. Au moins depuis le samedi 14 août, date de son dernier pointage au service du contrôle judiciaire à Paris. Plus sûrement depuis le début de la semaine dernière, lorsque ses amis français l'ont eu au téléphone pour la dernière fois. Depuis, d'ailleurs, son répondeur téléphonique est saturé et son message a changé. Une sorte d'adieu : «Cesare n'est pas disponible, mais il consulte le répondeur.» Où est-il ? «Légitime défense». S'il a réussi sa cavale, il est loin. Il a, en tout cas, échappé à la surveillance des policiers qui le suivaient en permanence. Cela faisait un moment aussi que la rumeur courait d'une possible fuite. Certains de ses amis l'y poussaient carrément. Tous ceux qui l'ont soutenu depuis son arrestation en février dernier, jusqu'à l'arrêt de la chambre de l'instruction le 30 juin qui a autorisé son extradition vers l'Italie pour quatre meurtres commis en 1979 comprennent sa décision. L'écrivain Fred Vargas qui a pris fait eu cause pour lui dans son livre la Vérité sur Cesare Battisti assure : «S'il a fui, et je ne peux que le supposer, il s'agit de légitime défense, j'ai été témoin de la dégradation de son état psychologique devant la violence de la campagne médiatique à son encontre.» Elle reprend les étapes. L'arrêt du 30 juin : «Il s'est senti massacré car la loi française ne fut pas appliquée, les juges ayant reconnu la légalité de la contumace italienne, jusqu'ici refusée.» L'espoir du pourvoi en cassation ? «Il n'en avait aucun. Il a compris que la séparation des pouvoirs n'existait plus, que Chirac et Berlusconi avaient décidé. Il devenait de plus en plus fragile. Il se disait qu'on allait l'envoyer en prison à perpétuité. Il clamait son innocence, on le décrivait comme un monstre, c'était autant de coups d'épée. L'illégalité est du côté du pouvoir et de la justice, alors il a le droit de défendre sa vie !» La chambre de l'instruction de Paris qui doit examiner le 30 août la révocation de son contrôle judiciaire le fera sans lui, et lancera sans doute à son encontre un mandat d'arrêt. Si, hier, la droite restait silencieuse, la gauche continue de soutenir le fugitif. «De toute manière, dit Julien Dray, porte-parole du PS, on l'a mis dans une situation impossible. On est en train de réécrire un drame, de jouer avec la vie des gens et de leur famille alors qu'une page avait été tournée. D'autre part, il est insupportable d'entendre Berlusconi donner des leçons sur la loi !» Les socialistes assument, encore aujourd'hui, la parole donnée par François Mitterrand, en 1985, aux Italiens poursuivis dans leur pays pour faits de terrorisme. Le chef de l'Etat leur avait alors promis la tranquillité en France, à condition qu'ils aient rompu avec toute forme de violence. Un pacte respecté par les gouvernements successifs, de droite comme de gauche, jusqu'au revirement de Raffarin. Un pacte respecté aussi par les réfugiés italiens, dont un peu plus d'une centaine avaient trouvé refuge en France. Battisti, lui, vivait à Paris depuis 1990, et y avait comme les autres fondé une famille. En 1991, la cour d'appel de Paris avait refusé son extradition. Entre autres motifs, parce qu'il ne serait pas rejugé en Italie, où les condamnés par contumace n'ont pas droit à un nouveau procès, contrairement au droit français. «Gâchis». Nicole Borvo, sénatrice communiste, condamne elle aussi l'attitude du gouvernement : «C'est un énorme gâchis, il était dans un piège, puisqu'aucun nouveau procès n'était possible en Italie. On n'en serait pas là, si les autorités avaient eu une attitude correcte, en respectant la parole de l'Etat.» Pénélope Komitès, maire adjointe verte de Paris, espère que «le gouvernement ne profitera pas de cette disparition, quelles qu'en soient les raisons, pour lancer la traque contre d'autres réfugiés». Et Oreste Scalzone, l'un des plus anciens «réfugiés», raconte : «Il allait très mal, était très déprimé, mais cela n'est pas incompatible avec un réflexe vital. S'il a fui, il a choisi la vie et j'en suis content, soulagé même !»
Enzo Baldoni è vivo e già si muovono intorno a lui le appartenenze e le consorterie pronte a prendere meriti o accusarsi per ogni possibile soluzione...se desiderate farvene un'idea passate al "suo" blog: http://bloghdad.splinder.com/
quando si dice "culo"... "SUDAFRICA - 3.500 metri in caduta libera - Sopravvissuta a una caduta da 3.500 metri di altezza alla velocità di 200 chilometri l'ora, subendo appena una frattura composta del bacino: è successo a una donna sudafricana appassionata di paracadutismo acrobatico, tanto spericolata quanto fortunata, che ha toccato terra quasi indenne dopo che il suo paracadute principale non si era aperto e quello di riserva era entrato in funzione solo parzialmente a causa della la rottura di un paio delle cordicelle per azionarlo. L'incredibile esito del volo dal cielo, avvenuto una settantina di chilometri a ovest di Johannesburg, è stato riferito dall'istruttore della donna, Johan Mulder. A salvare Christie sarebbero stati cavi dell'alta tensione sui quali è precipitata, che ne avrebbero frenato la caduta in maniera determinante. «Mi lancerò ancora», ha comunque giurato al giornale Star dal suo letto di ospedale la paracadutista miracolata."
lunedì, agosto 23, 2004
dietro il "caso Battisti" si muove qualcosa che non mi interessa approfondire (puzzo di scheletri nell'armadio, e di regolamenti di conti), ma per chi fosse interessato a conoscere il fuggitivo si può leggere http://www.carmillaonline.com/archives/2004/08/000916.html del diretto interessato e l'articolo di Giuseppe Genna http://www.carmillaonline.com/archives/2004/08/000929.html
simpatico anche se troppo "americano": http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/esteri/revbilly/revbilly/revbilly.html
domenica, agosto 22, 2004
"Realizzata nel 1893, è il simbolo dell'angoscia dell'uomo" e il suo furto renderà felice qualcuno!
cose di questo mondo: "Quantificare la diffusione di Ikea nel mondo fa girare la testa. L'anno scorso i suoi negozi sono stati visitati da 310 milioni di persone. Secondo alcune stime, in Gran Bretagna le persone che visitano i negozi Ikea il sabato sono il doppio di quelle che vanno in chiesa. Si calcola che il 10% degli europei attualmente in vita sia stato concepito in un letto Ikea."
due risate alle spalle di Oriana: http://www.diario.it/index.php?page=cn03051165
sabato, agosto 21, 2004
i primi pensieri, svegliandosi, sono i più lucidi, o all'opposto quelli di cui più facilmente ci si può sbarazzare: nell'opera d'arte la "spiegazione" ha la funzione dell'effetto placebo, rassicurare, e rendere l'opera "importante", non perché ci emoziona, ma perché è frutto di un processo intellettuale e non solo ludico...abbiamo bisogno di sentirci intelligenti!
venerdì, agosto 20, 2004
fa caldo, la gente è distratta, ma se si riesce a raggiungere un secondo di lucidità l'autunno si prospetta particolarmente...(aggettivo a scelta!)
giovedì, agosto 19, 2004
Castelli in aria: "Ho in mano gli elenchi, so chi sono i cattivi maestri" "Sono sempre gli stessi parlamentari che visitano i penitenziari"
un omaggio a JACQUES DERRIDA su Le Monde di ieri: http://www.lemonde.fr/web/recherche_articleweb/1,13-0,36-375883,0.html
Se c'è una cosa che un proletario combattente, in particolare un anarco-separatista sardo, proprio non sopporta, essa è la bandana. (jena)
mercoledì, agosto 18, 2004
causa malattia capo festa in Venezia della Lega è annullata...finalmente una buona notizia!
ed è solo il 18! "Ennesimo record per il petrolio a New York 47 dollari al barile - Il prezzo del petrolio ha toccato oggi un nuovo record a New York, a quota 47 dollari al barile, quotazione raggiunta negli scambi elettronici. L'ennesimo massimo è stato raggiunto sulla scia delle preoccupazioni legate al dato relativo alle scorte settimanali negli Stati Uniti, che potrebbero risultare in calo per la terza settimana di fila. A Londra il prezzo del Brent è in rialzo di 18 cents, a 43,17 dollari, all'International Petroleum Exchange."
martedì, agosto 17, 2004
Quando l'oro nero finirà, secondo lo «Hubbert Peak» - Lo Hubbert Peak è il lascito scientifico del geofisico Marion King Hubbert. Nel 1956 - quando era ancora uno dei massimi esperti della compagnia petrolifera Shell - mise a punto una serie di metodi mediante cui arrivò a prevedere che nel 1970 la produzione di greggio degli Stati uniti avrebbe raggiunto il suo massimo, per poi calare lentamente ma irreversibilmente. La Shell lo pregò di non rendere pubbliche queste sue conclusioni, ma senza risultato. La comunità «scientifica» al servizio delle compagnie petrolifere - ingegneri, geofisici ed economisti - gli decretò da allora un duraturo e rancoroso ostracismo, ma nonostante il «veto» usa ancora oggi la sua metodologia per gestire i giacimenti. La natura, indifferente come sempre ai calcoli degli uomini che non vedono oltre il proprio portafogli, nel fatidico 1970 mise fine all'illusione che la produzione statunitense di petrolio potesse crescere all'infinito. Il «picco di Hubbert», infatti, descrive una sorta di «legge naturale» assai semplice: ogni giacimento di petrolio può essere sfruttato, incrementando la produzione, fino a un massimo che si colloca grosso modo a metà delle disponibilità originarie del giacimento. Dopo di che la produzione si abbassa per motivi fisici (da quel momento in poi per far salire il greggio in superficie è necessario pompare gas - in genere vapore acqueo ad alta temperatura - nei pozzi). In ogni caso, lo sfruttamento di un giacimento termina molto prima che l'«ultima goccia» di petrolio sia stata estratta. Un po' perché la conformazione fisica dei giacimenti è altamente irregolare, ma in primo luogo perché la spesa energetica (non «economica») per tirar su il greggio diventa negativa. In sostanza, a un certo punto occorre usare energia equivalente a un barile di petrolio per produrre un barile di petrolio. Toccato questo «picco», qualsiasi sia il prezzo del greggio, ci si ferma. Le tecnologie di estrazione più recenti - tipo l'overdrilling, con tubature flessibili che possono arrivare ad anfratti sotterranei secondari prima non raggiunti - consentono di spostare un po' più avanti questo limite massimo di sfruttamento, ma non di moltissimo. Un numero crescente di scienziati ha applicato poi la metodologia di Marion King Hubbert alla produzione petrolifera mondiale. I risultati variano da gruppo a gruppo, a seconda delle variabili considerate. Ma tutte le previsioni convergono nel collocare il «picco» della produzione petrolifera del pianeta tra il 2015 (gli ottimisti) e... il 2004. L'International Energy Agency - non certo sospettabile di catastrofismo sovversivo - lo colloca nel 2013. (dal manifesto di oggi)
lunedì, agosto 16, 2004
ad ogni incidente o rottura ci si accorge che ciò che ritenevamo assolutamente necessario, lo è in parte , o in nulla!
"Charlie Watts, the drummer in the Rolling Stones, is being treated for throat cancer, it was revealed yesterday. The 63-year-old musician is undergoing radiotherapy at the Royal Marsden hospital near his home in Chelsea, west London."
sabato, agosto 14, 2004
dal punto di vista del marketing la visita del papa a Lourdes è un suicidio!
Golub, l'arte contro la guerra - Pittura militante La scomparsa di Leon Golub. Nelle sue opere ha indagato il potere, i conflitti e la violenza anche attraverso i segni sul corpo di vittime e di carnefici di LISA MASIER (sul manifesto di oggi) Leon Golub, presenza importante e originale della scena artistica americana, è morto a New York all'età di 82 anni. Era nato nel 1922 a Chicago dove si era laureato in storia dell'arte nel 1942. Dal `47 al `49 aveva frequentato l'Art Institute di Chicago dove aveva conosciuto Nancy Spero che sarebbe diventata la sua compagna di arte e di vita. Dal 1959 al 1964 Golub, con Nancy Spero e i figli, aveva vissuto a Parigi - con una parentesi di nove mesi in Italia - nella convinzione che l'Europa si potesse rivelare più accogliente e stimolante nei confronti della sua ricerca artistica. L'attenzione costante di Golub per la rappresentazione del corpo - forse il segno rappresentativo della sua arte - troverà infatti nel vecchio continente nuove ispirazioni e genealogie: le grandi tele dei maestri francesi come Ingres, David e Courbet, ma anche i dipinti etruschi, i corpi di marmo dell'antichità greca e romana. Le via della rappresentazione del corpo, delle vittime come degli oppressori, in Galub è infinita e spiazzante, dall'espressionismo astratto alle fotografie di competizioni atletiche, dalle immagini della pornografia gay a Cranach e Goya, non di rado rielaborando immagini provenienti dai media, quotidiani, tv, magazines popolari. Il corpo come segno e superficie dove agiscono e lasciano «impronte» e cicatrici gli urti sociali e politici, gli stati d'animo, i sentimenti. Il corpo attraverso il quale si possono leggere gli effetti distruttivi e corrosivi del potere sulle nostre vite, individuali e collettive. Sono figure totemiche quelle che animano i suoi lavori degli anni `50, segnati dalla sensibilità post-war di una generazione che ha visto l'orrore, la Shoa e l'olocausto nucleare. Figure che si ispirano alla mitologia classica e mostrano re, guerrieri e sciamani ma anche creature ibride, mostri per metà umani e per metà bestie. Come «The Bug (War Machine)» (1953), «Prince Sphinx» (1955) e «Birth III» (1956). Quando Golub e Nancy Spero tornano a New York la «sporca guerra» incedia il Vietnam ma anche la coscienza dell'America. Golub risponderà all'escalation militare con due serie, «Napalm» e «Vietnam», ma distruggerà una parte di questi lavori e abbandonerà la pittura. La riprenderà alla fine di quel decennio, producendo oltre cento ritratti di figure pubbliche, leader e dittatori, come Nelson Rockfeller, Ho Chi Minh, Fidel Castro, Francisco Franco, Richard Nixon e Henry Kissinger. Gli anni `80, con l'elezione di Reagan, vedono Golub impegnato a sezionare e monitorare il terrorismo nelle sue varie forme a cominciare da quelle governative. Campi minati, camere di tortura, sbarre e bordelli diventano ispirazione e soggetto per disvelare la violenza, la diseguaglianza razziale, l'omofobia e la misoginia, l'oppressione e l'esclusione. Tra i lavori di questo periodo: «Interrogation», «Riot», «Horsing Around». Un rigore e una militanza riconosciuti e testimoniati dal fatto che Golub è uno dei pochi artisti bianchi presenti nella grande mostra del 1994, «Black Male: Representation of Masculinity in Contemporary American Art» al Whitney Museum. Golub ha indagato il potere e i conflitti, la violenza, la guerra e la sofferenza umana. Esplorato i sotterranei americani. Il suo impegno politico, del resto, è stato costante e il suo antimilitarismo senza cedimenti. Dalla guerra del Vietnam all'ultima guerra americana, quella contro l'Iraq. C'è il suo nome nei numerosi appelli contro Bush jr. e il suo volto incorniciato dai capelli bianchi compare nel film di Brigitte Cornandt Not in our Name del 2003. Leon Golub, artist, born January 21 1922; died August 8 2004- anche su The Guardian: http://www.guardian.co.uk/arts/news/obituary/0,,1282285,00.html
il ridicolo! "Charley devasta la Florida Due morti e gravi danni"
venerdì, agosto 13, 2004
la sfilata delle nazioni partecipanti ai giochi olimpici è un'interessante lezione di geopolitica, peccato che a commentarla ci fossero due giornalisti "pittoreschi" e non Giulietto Chiesa...o almeno Gianni Minà
in Bangladesh i monsoni hanno fatto migliaia di morti e la notizia è stata data di striscio, l'urgano Charlie invece passando per gli Stati Uniti è in apertura dei telegiornali (italiani!!), peccato che sia già passato per Giamaica e Cuba senza che ne fossimo informati!
"Biennale, coppia di regine Rosa Martinez e Maria de Corral saranno le direttrici della Biennale di arti visive che si terrà nel 2005. Entrambe spagnole, forti di un curriculum che assicura uno scarto dalla banalità, promettono escursioni in territori poco conosciuti." Le premesse sono buone...
iniziano dei giochi in cui lo sport ha ormai un peso molto relarivo...il resto è business! e ogni nostra gloriosa medaglia sarà pagata 130.000€ (oro), 65.000€ (argento), 40.000€ (bronzo)!
giovedì, agosto 12, 2004
mentre qui continuano ad instupidire la gente con la paura di attentati, là, in Iraq, la guerra è fatta con i bombardamenti delle città sante, e il coinvolgimento di sempre più vittime civili...penso lucidamente che ci meritiamo il loro odio!
mercoledì, agosto 11, 2004
"Al Qaeda, minacce all'Italia Pisanu: "Dormite tranquilli"...è Pisanu che mi preoccupa quando dice di stare tranquilli!!!
martedì, agosto 10, 2004
previsione: prima della fine del mese il barile sfiorerà i 50$...
Noi, i killer di ASTRIT DAKLI - Ventotto persone - è il conto ufficiale - sono state uccise nel Mediterraneo nei giorni scorsi, mentre tentavano di raggiungere dall'Africa le coste europee. Sono state uccise, assassinate, anche se nessuno ha premuto il grilletto: dire semplicemente che sono morte - e magari imbellettarsi con la generosità dei soccorsi prodigati ai superstiti portati all'asciutto in Europa (sorvolando sul fatto che saranno immediatamente rinchiusi in un lager e poi rispediti in Africa) significa nascondere la verità e coprire gli assassini. Che esistono e hanno nomi e cognomi, anche se le leggi vigenti non rendono facile chiamarli in giudizio. Inutile far finta di niente: in base alle regole della democrazia, gli assassini di quelle ventotto persone - nonché di molte altre che sono state uccise prima di loro e di chissà quante che saranno uccise in futuro - siamo noi. Noi cittadini europei, noi che abbiamo eletto governanti e dirigenti politici (italiani in prima fila, ma in buona compagnia) sulla base di mandati che hanno questi omicidi come conseguenza inevitabile. Sono questi governanti che hanno via via modificato le regole di comportamento in mare, trasformando un elementare e tradizionale dovere umanitario - soccorrere chi rischia di affogare - valido da quando esiste la navigazione, in un temerario atto quasi delittuoso. Un atto che può portare addirittura in galera (come spiega bene oggi su queste colonne Elias Bierdel, il responsabile della Cap Anamur) se compiuto senza rispettare una sempre più complessa e rigida sequenza di preavvisi e autorizzazioni, senza consultare sempre più numerosi e burocratici organismi di controllo, senza passare insomma attraverso un labirinto al cui interno basta l'assenza o la svogliatezza di un funzionario a fermar tutto - per il tempo necessario a far crepare chi sta annegando. Un meccanismo costruito apposta per scoraggiare lo spirito umanitario di chi si trova in mare; e per consentire a chi deve decidere qualcosa a terra di lavarsene le mani, ributtando su altri la responsabilità: una capitaneria sull'altra, un comando sull'altro, un governo sull'altro, fino alle ovvie conseguenze. E' la paura che spinge gli animali feroci a uccidere, si sa. Ed è la paura che ha spinto i cittadini e i governanti dell'Europa a 25 a rinnegare l'umanità e gli ideali che di quell'Europa dovrebbero essere il fondamento e a costruire la macchina che ferma i migranti in mare, uccidendoli. Una paura logica: abbiamo sulle spalle infiniti delitti, guerre e stermini compiuti contro i popoli da cui provengono i migranti di oggi; e temiamo che ci si presenti il conto. Non era la paura dei propri passati delitti che spingeva i leader della defunta Ddr a montare sulle frontiere i famigerati fucili automatici, che sparavano da soli su chi cercava di oltrepassarle? Ma non era una buona idea, e non li ha salvati. (sul manifesto di oggi)
lunedì, agosto 09, 2004
ogni tanto ci si accalora e ci si indigna per degli annegati, come se fossero l'eccezione e non la regola, di un mondo sempre più sbilanciato e a rischio!
domenica, agosto 08, 2004
siamo circondati da cretini che hanno bisogno di una vecchia fiorentina accidiosa per sentirsi meno stupidi di quello che realmente sono...penoso e sconsolante
sabato, agosto 07, 2004
Obituary - Laura Betti - Italian actor and singer devoted to the memory of Pasolini - John Francis Lane, Saturday August 7, 2004, The Guardian - The Italian actor and cabaret performer Laura Betti, who has died aged 70, was the driving force behind the Pasolini Foundation, which she set up in Rome after the death of the poet and film director Pier Paolo Pasolini in 1975. The foundation has now found a home in Bologna, where both of them were born, and where Pasolini studied at university. A barrister's daughter, Laura acted with several theatre companies, including that of Luchino Visconti, with his 1955 production of Arthur Miller's The Crucible. She was a singer in the late 1950s, and among her first important cinema cameos was a role in Federico Fellini's La Dolce Vita (1960), as one of the authentic Roman personalities/ freaks in the beach villa orgy sequence. Exchanging insults with Marcello Mastroianni's journalist, was a role she would enjoy playing always. In the early 1960s, Laura helped launch literary cabaret in Milan and Rome. In addition to her own droll songs, she performed sketches and lyrics by the likes of Alberto Moravia and Pasolini, whom she met in 1963. They hit it off immediately, and he became a regular guest at her home near the Spanish Steps. The first Pasolini film in which Laura appeared was La Ricotta, his controversial 40-minute episode in RoGoPaG (1963). Thanks chiefly to Laura's foundation, it is now available as a minor classic in its own right, whereas the episodes by Jean-Luc Godard and the others are forgotten. La Ricotta featured Orson Welles as an American director shooting a film about the passion of Christ in Rome. Laura was the temperamen tal star playing the Madonna, who was seen in the tableau vivant inspired by Pontormo's painting of the Deposition. Laura played herself - with a cross-section of Hollywood-on-the-Tiber café society - in the press party sequence under the crosses, when the sub-proletarian Roman extra playing one of the thieves died from indigestion. Laura returned to the theatre in 1968, in a revival of Giordano Bruno's heretical Candlemaker, and then appeared, under Pasolini's direction in a Turin art gallery, in his verse drama Orgia. Even if his ideas on "theatre that is not theatre" were confused, the play was well in advance of its times. For the 10th anniversary of his death, Laura reprised the role of the woman in a tormented sado-masochistic relationship, and was more convincing under the direc tion of an experienced theatrical professional. She appeared in two more Pasolini episodes of omnibus films. In The Earth Seen From The Moon (1967), with Toto, Silvana Mangano and Ninetto Davoli, she played the cameo of a tourist; in What Are The Clouds? (1968), an inspired comic puppet play, she was Desdemona. In 1968, she had a more substantial Pasolini film role, as the maid in Theorem, for which she won the best actress award at the 1968 Venice festival. As the only peasant member of an otherwise bourgeois household, she alone finds redemption among those seduced by Terence Stamp's mysterious visitor, and at fade-out is seen flying from the rooftop while mother, father, son and daughter are left to rot. In 1970, Laura performed Samuel Beckett's Not I for the Rome Municipal Theatre. Having done the translation of the playlet into Italian for the director Franco Enriquez, I was asked to help her memorise the monologue. It was a gruelling but rewarding experience, though I had to give up trying to convince her that Beckett did not want a realistic rendering of the words he had put into the "mouth". In the end, she gave an electrifying performance, even if it was not what the author had intended. Her next Pasolini role was in his film The Canterbury Tales (1972), shot in England, in which she was the Wife of Bath. When Pasolini's chum Ninetto broke the director's heart by telling him he had decided to get married, Laura found herself obliged to play the role of a consolatory sister. In the early 1970s, she appeared in films by Marco Bellocchio, Mauro Bolognini, Miklos Jancso and the Taviani Brothers. She was also in Bernardo Bertolucci's Last Tango In Paris (1972), 1900 (1976) and La Luna (1979). She continued to be Pasolini's hostess and cook, while jealous of his relationship with Maria Callas. Pasolini also convinced Laura to write a Rabelaisian novel about the sexual follies of 1960s swinging Rome, which she called, at his suggestion, Teta Veleta - only to find out later that the words were the name he had invented, at the age of three, to explain his first sexual fantasies, inspired by his mother's breasts and the knees of a boy his own age. After Pasolini's murder, Laura led the defence of his memory. She probably realised that the truth of what happened may indeed have been as the boy Pelosi described it, but she preferred the idea of a rightwing conspiracy, or anyway of an improvised queer-bashing attack. It has been suggested that Pasolini might have organised his own murder as a martyrdom, prompted by depression not only in his private life but also with the way Italian society was developing. But Laura refused to accept this: "He loved life too much," she maintained. Indeed, she sacrificed her own career to protecting his memory, travelling throughout Italy, and around the world, for the cause. It is thanks to her aggressively passionate dedication that Pasolini's restored films and interviews have been made available for international viewing and his writings archived. In 2001, she made a 90-minute documentary, Pier Paolo Pasolini: The Reason For A Dream, emphasising what she considered to be his optimistic vision of the future. When health permitted, she continued to appear in films and on the stage. In 1971, Pasolini wrote an affectionate obituary notice about her in Italian Vogue - imagining her death in 2001. It ended: "This is, in fact, the obituary notice of a heroine. It should be added that she was a witty person and an excellent cook." · Laura Betti (Laura Trombetti), actor, born May 1 1934; died July 31 2004
passatempi in tempo di guerra!!! 10.55 - AMERICANO DECAPITATO, SAREMO UCCISI TUTTI IN QUESTO MODO. Un gruppo collegato ad Al Zarqawi ha decapitato l'ostaggio americano e mostrato il video su un sito internet. "Il mio nome è Benjamin Ford. Sono di San Francisco, California", ha detto il giovane vestito con una t-shirt beige, seduto su una sedia. "Noi dobbiamo lasciare questo paese ora. Se non lo facciamo - ha concluso - ognuno di noi sarà ucciso in questo modo". Il video poi mostra la sua decapitazione....14.40 - IL FALSO OSTAGGIO AMMETTE LA MESSA IN SCENA. Benjamin Vandenford, il falso ostaggio, è stato contattato a San Francisco dai giornalisti cui ha raccontato d'avere messo in scena la falsa decapitazione a casa di un amico, usando sangue da film. Nel video, si vede il giovane seduto su una sedia in una camera scura, con le mani dietro la schiena, visibilmente terrorizzato. Il video non mostra alcun'altra persona, ma solo una mano che impugna un coltello.!!!
venerdì, agosto 06, 2004
Preferireste essere governati da uno che vuole arrestare i mendicanti, da un altro che vuole un ministero contro i drogati o da un terzo che vuole inserire nella Costituzione il divieto dei matrimoni tra gay? Oppure, ancora meglio, da tutti e tre? (jena)
Milioni di locuste devastano da ieri la zona intorno a Nouakchott, la capitale della Mauritania. Secondo gli esperti il paese rischia una gravissima carestia se gli insetti non saranno bloccati in qualche modo. Tutto è cominciato come in una pagina biblica: in mattinata il cielo di Nouakchott si è improvvisamente oscurato. I cittadini hanno pensato a una tempesta di sabbia, invece sciami enormi di locuste sono atterrati sulla capitale. http://www.mg.co.za
Silvio Berlusconi è partito per le vacanze soddisfatto. (ci restasse!)
giovedì, agosto 05, 2004
Henri Cartier-Bresson, la géométrie du vivant - LE MONDE | 05.08.04 - Le photographe, l'un des plus importants artistes du XXe siècle, est mort, mardi 3 août, dans sa maison du Luberon. Il avait 95 ans. Ce n'est que mercredi 4 août qu'on a appris la mort d'Henri Cartier-Bresson, survenue le 3 août à Céreste (Vaucluse) à l'âge de 95 ans. L'annonce en a été faite après les obsèques du photographe, célébrées dans la discrétion à Montjustin (Alpes-de-Haute-Provence) devant une quinzaine de personnes, parmi lesquelles le photographe Joseph Koudelka. Dans la pénombre du Musée des beaux-arts de Bruges, en 1995, un jeune homme de 87 ans, appuyé sur une canne, foulard rouge noué autour du cou, œil bleu métallique rivé sur une jumelle, s'installe à quatre mètres de la Vierge du chanoine Van der Paele, de Van Eyck. Il y reste une bonne demi-heure. Il faut l'entendre vanter la composition des visages, la virtuosité des matières et des couleurs. Il faut aussi le voir engueuler les visiteurs qui passent sans regarder, sans "jouir" du tableau. C'est un des plus importants photographes du XXe siècle qui disparaît avec Henri Cartier-Bresson ; mais depuis trente ans, cette "boule de nerfs" se consacrait essentiellement au dessin. "Ça fait longtemps que je ne photographie plus sur le trottoir." Coquetterie ? Plutôt un des paradoxes d'un personnage dont le totem scout était "Anguille frétillante", d'une intelligence lumineuse, qui adore être là où on ne l'attend pas. Il est anarchiste et bourgeois, impliqué et dandy, libertaire et puritain, discret et narcissique, généreux et colérique, sans diplôme mais d'une culture immense. Il signe ses livres HCB, et tout le monde reconnaît son écriture tremblée à l'encre de Chine. Il n'a cessé de "voler" l'image des gens, a réussi à transformer cette attitude en éthique, mais n'aimait pas trop qu'on le photographie. Plus les images d'HCB étaient célébrées dans les musées, plus il répétait que ses quatre peintres préférés étaient Van Eyck, Cézanne, Uccello, Piero della Francesca. Le photographe a inventé un style, partout copié, qui est encore un mariage des contraires : entre la vie débordante et la géométrie maîtrisée. Son influence est énorme, jusque chez les photographes amateurs, pour qui "le" modèle, conscient ou pas, d'une photo réussie est un Cartier-Bresson. Les professionnels saluent le fondateur de l'agence Magnum, modèle de coopérative. Trois lois définissent une bonne image selon Cartier-Bresson. La première, imprégnée de surréalisme, est de se laisser guider par le hasard dans le "tourbillon du vivant", de "se laisser prendre par la photo et non de la prendre", de capter des instantanés sur le vif. La deuxième est de retenir le moment le plus intense d'une réalité fugace, son "instant décisif", ce qui implique une disponibilité totale du corps et de l'esprit - il a appris cela d'un de ses livres phares, Le Zen dans l'art chevaleresque du tir à l'arc, d'Eugen Herrigel. Enfin, la photographie doit être harmonieusement construite, selon des règles picturales et géométriques - respect du nombre d'or -, au point qu'il est possible de la regarder à l'envers sans qu'elle perde de son attrait. Le sujet doit être surpris sans être traqué ni tourné en ridicule, avec le discret appareil Leica (celui qui fait le moins de bruit). L'image est en noir et blanc, car la couleur est "vulgaire", tout juste bonne pour la presse, la mode ou la publicité. L'objectif est un 50 mm et le négatif de format 24 × 36, soit un matériel qui déforme le moins possible le regard. Les tirages sont doux et gris, afin d'éviter toute dramatisation. Ils ne sont pas trop grands, tenus par un filet noir afin de souligner la composition et décourager tout recadrage. Les convictions de Cartier-Bresson sont condensées dans un texte définitif, publié dans Images à la sauvette (Verve, 1952), un monument de la photographie dont la couverture est un papier découpé de Matisse. Il y a les règles, et il y a la vie. La photographie était d'abord une façon de manger la vie, d'exister, de parcourir le monde, de le signifier. "Je ne voyageais pas ; j'habitais les pays", répétait-il. Il en tirait une règle esthétique fondamentale : "La forme sans le sujet et sans la vie, ça ne marche pas." Ou encore : "J'aime le genre voyou, le mien." Une voyante lui avait prédit qu'il ne s'ennuierait pas. L'homme a côtoyé Aragon, Breton, Dali, Capote, Faulkner, Gandhi, John Kennedy, Marilyn Monroe. Il a multiplié les icônes devenues cartes postales et posters : les "voyeurs" de Bruxelles, les congés payés au bord de l'eau, les sans-abri de Marseille, le couronnement d'un roi à Londres, les prostituées d'Alicante, le saut dans l'eau de la gare Saint-Lazare, l'assassinat de Gandhi en 1948, la révolution chinoise en 1949. Ou ces portraits mythiques du couple Joliot-Curie, de l'ami Giacometti, de Matisse, Sartre, Bonnard, Mauriac. Quelques paysages encore comme cette stupéfiante vue de la Brie, découpée comme un tableau cubiste. Et de rares nus, mais sidérants, celui de Leonor Fini dans la Méditerranée, ou des lesbiennes de Mexico. Dans une étude de 1987 (Premières photos, Arthaud), la seule déterminante à ce jour, l'Américain Peter Galassi définit, à l'occasion d'une exposition qui a tourné dans sept musées américains, deux périodes dans la vie et l'œuvre de Cartier-Bresson, avec la seconde guerre mondiale pour fracture. Dans les années 1920, le fils d'un industriel fortuné fréquente les cabarets et bordels, Breton et Crevel, Ernst et Dali. Cette période a été décrite par le poète André Pieyre de Mandiargues, son compagnon de bourlingue, dans Le Désordre de la mémoire : "Ce que nous cherchions, au cours de ces nuits parfois chaudes, était l'émotion violente, la rupture avec les disciplines de la vie diurne. (...) Je demandais, en somme, à la réalité de devenir fantastique." On n'est pas loin du surréalisme, dont HCB fréquente les cercles dès l'âge de 17 ans. Timide, d'une grande beauté, élégant, il écoute plus qu'il ne participe. "Toujours en bout de table." Car tout comme Brassaï, il se méfie des dogmes, reste indépendant. Il fuit en Afrique, comme Rimbaud, pour chasser l'hippopotame. Quand il rentre, il est prêt : "L'aventurier en moi se sentit obligé de témoigner avec un instrument plus rapide qu'un pinceau des cicatrices du monde." Entre 1931 et 1934, de l'Italie au Mexique, Cartier-Bresson réalise son grand œuvre. Il prend des photos hallucinées, fulgurantes, sur la route, dans des environnements sauvages, à partir de figures marginales et de décors disloqués. On tient là des chefs-d'œuvre de la modernité. A ses côtés, il y a souvent Mandiargues, parfois la peintre Leonor Fini. Ecoutons Mandiargues : "Au cours de nos voyages en voiture dans toute l'Europe, j'ai vu naître le plus grand photographe des temps modernes par une sorte d'activité spontanée, une espèce de jeu d'abord, qui s'était imposée à ce jeune peintre comme à d'autres jeunes gens s'impose la poésie." HCB écrit : "Je marchais toute la journée l'esprit tendu, cherchant dans les rues à prendre sur le vif des photos comme des flagrants délits." Il est alors un photographe surréaliste, exposé comme tel par Julien Levy à New York, en 1933. HCB l'a répété, la guerre et le poids de l'histoire le marquent à jamais. Il est fait prisonnier, s'évade. Capa lui lance : "Si tu as une étiquette surréaliste, tu vas devenir maniéré ; sois photojournaliste et tu feras ce que tu voudras." Un autre Cartier-Bresson se dessine, "moins dilettante, plus professionnel". Autour d'une bouteille de champagne, au Musée d'art moderne de New York, il crée l'agence Magnum en 1947 avec Robert Capa, Chim Seymour, George Rodger et William Vandivert. Magnum est une coopérative où les photographes sont rois. Elle sert d'écran face aux pressions des magazines. Les photographes se répartissent le monde. HCB s'empare de l'Asie, où il part trois ans. Il couvre la prise du pouvoir de Mao à Pékin, la mort de Gandhi et l'indépendance de l'Indonésie. Il sera aussi le premier photographe admis en URSS, en 1954, après la détente. La presse illustrée devient le gagne-pain d'HCB, qui passe de l'instantané sauvage au reportage construit. Il publie dans Paris Match ou Life, parfois en couleurs - "c'était du coloriage". Il jure que ses préoccupations n'ont pas varié : "Le reportage m'a passionné, cette envie de flairer, mais toujours avec la même attitude, car pour moi, être photojournaliste, ça voulait dire tenir son journal." Ses compositions sont plus géométriques et lyriques, comme s'il lui fallait mettre de l'ordre dans un monde désenchanté. Il multiplie aussi les portraits de personnalités, uniquement des gens qu'il respecte. A partir de la fin des années 1960, Cartier-Bresson ouvre un dernier paradoxe. Il abandonne le Leica pour le dessin, qui est pour lui un prolongement naturel du regard. Mais dans le même temps, la stature du photographe ne cesse de grandir, à travers expositions, livres, prix, hommages. Venu aux Rencontres d'Arles, en juillet 1994, pour assister à la projection du film de Sarah Moon Point d'interrogation, qui lui est consacré, HCB balaie ses groupies à coups de canne. En 2003, sa rétrospective à la Bibliothèque nationale de France est un triomphe - 82 000 visiteurs en trois mois. La même année, une fondation, la première pour un photographe, ouvre ses portes dans un bel immeuble moderniste du 14e arrondissement de Paris. Il devient la star de la photographie sans photographier. Mais il donne des leçons. En 1974, l'année "officielle" de son retrait, il donne un entretien à Yves Bourde, dans Le Monde, intitulé "Nul ne peut entrer ici s'il n'est pas géomètre", dans lequel il radicalise ses convictions esthétiques. Il agace, des photographes lui répondent. Car son génie fait que d'autres voix ont du mal à se faire entendre. Il désoriente en répétant que le dessin est plus important. Il refuse le statut de "père de la photographie française". Sans doute, au fond de lui, a-t-il gardé une certaine amertume envers la France. Le Musée national d'art moderne (Centre Pompidou) l'a toujours ignoré. Sa reconnaissance artistique est venue des Etats-Unis, avec le galeriste Julien Levy dès 1933, puis le Musée d'art moderne de New York en 1947 - exposition dite "posthume" car on le croit mort. Cartier-Bresson surtout, comme une dernière pirouette, détestait les responsabilités. "Je ne suis responsable de rien ! Ça veut dire quoi ? Chacun est libre ! On est responsable vis-à-vis de soi-même. Une éthique, c'est une façon de se comporter." Michel Guerrin • ARTICLE PARU DANS L'EDITION DU 06.08.04
mi sono anche "beccato" le critiche di un amico perché, poco politicamente corretto, mi accanisco nel chiamare gli idioti con il loro nome: IDIOTI; e allora non mi rimane che sognare che il Sig. Ministro Castelli si svegli un po' più olivastro, e con i tratti magrebini e girando per il mondo senta il peso di sguardi e richieste non proprio così scontate come paiono alla sua ottusa intelligenza
mercoledì, agosto 04, 2004
un altro testimone visivo del novecento che se ne va! "E' morto Henri Cartier-Bresson, leggendario fotografo. Aveva 95 anni. Si è spento a Isle sur la Sorgue, nella regione di Vaucluse, nel sud della Francia. Henri Cartier-Bresson nasce a Chanteloup, vicino Parigi, nel 1908. La sua è una famiglia ricca e prestigiosa. Dopo gli studi giovanili di pittura decide di dedicarsi alla letteratura partecipando ai corsi dell'Università di Cambridge. Le sue conoscenze e la sua profonda passione per le arti figurative lo portano a frequentare l'ambiente dei surrealisti. Solo in seguito, dopo un lungo viaggio in Africa, effettuato nel 1931, inizia a dedicarsi professionalmente alla fotografia."
La sonda Messenger è partita ieri alla volta di Mercurio dove arriverà tra sette anni, è una notizia suggestiva. Ma nel frattempo quanti bambini moriranno di fame, quanti iracheni soffriranno, quanti palestinesi scompariranno, quanti civili israeliani salteranno in aria, quante guerre scoppieranno, quante alluvioni, terremoti, eruzioni, maremoti, cicloni, incendi, naufragi, pestilenze, catastrofi subnaturali? Volevo solo rovinarvi le vacanze. (jena)
da oscar l'interrogativo in prima pagina del manifesto di oggi: PERCHE' PARLI? rivolto a Rutelli!
martedì, agosto 03, 2004
se fossero autoironici gli americani potrebbero bombardare il loro padiglione alla biennale e così esprimere il loro personale contributo alla cultura (in riferimento al precedente post)
American Art Is Adrift for Biennale in Venice By CAROL VOGEL - Published: August 3, 2004 - Which artist will represent the United States when the Venice Biennale, arguably the most prestigious contemporary arts festival in the world, opens next summer? Potentially, no one. The committee that recommends an artist to represent the United States at the Biennale has been disbanded by its overseer, the National Endowment for the Arts, which is rethinking its involvement with federal advisory committees. And the State Department, which is responsible for American representation at this and many other international exhibitions, is not only looking for someone to run it but also to help pay for it. Last December the two private partners that have helped support American participation in the Venice Biennale for 17 years, the Pew Charitable Trusts and the Rockefeller Foundation, withdrew their support, saying they were refocusing their grant programs. Staging the exhibition at the Palladian-style villa that has been home to the American pavilion can cost up to $1 million. The government and the two foundations together provided $350,000. For years museums and artists have raised the rest of the money themselves or through corporate sponsors. Now they will have to raise even more. Desperate to find a quick solution, late last month officials from the State Department approached the Solomon R. Guggenheim Museum, which owns the pavilion, about organizing the American exhibition at the 2005 Biennale. But Lisa Dennison, the Guggenheim's deputy director and chief curator, said the institution wasn't sure it wanted to take on the task. "We're not champing at the bit," she said. "It's a lot of money to raise in a very short period of time." The State Department's decision to ask a museum to organize the pavilion rather than let a committee decide is viewed by many in the art world as undemocratic and scandalous. "Maybe it's appropriate that our national pavilion be empty and allow people to project their own image of what is on the walls," said Kathy Halbreich, director of the Walker Art Center in Minnesota, who has served on the selection committee. "This is not the time for a unilateral decision. It is particularly tragic at this moment that we will not have an open and clear process." Her thoughts are echoed by other museum directors, curators, artists and collectors around the world. Matthew Teitelbaum, president of the Association of Art Museum Directors, said: "We believe that a juried process is the appropriate way to go. A process that allows curators and museums from across the country to make a bid for the event is important. It tells the world something about the complexity and nature of America." Joseph Merante, director of cultural affairs in the Bureau of Education and Cultural Affairs at the State Department, would say only, "We the State Department continue to support the U.S. presence at the international Biennales." Mr. Merante pointed out that the State Department was giving $170,000, more than in the past. It gave $149,000 toward the Venice Biennale in 2003 and $145,000 in 2001. "We are doing as much as we can," he said. Mr. Merante said the State Department had not formally asked the Guggenheim to organize the American pavilion. He declined to discuss the result of a State Department request for proposals to help organize the competition the way Arts International, a nonprofit organization, had managed it for Pew and Rockefeller. The letters were sent out only last week, Mr. Merante said, and he wasn't sure they had been received. Since the mid-1980's curators from around the country have submitted proposals for exhibitions to a committee made up of arts professionals under the auspices of the National Endowment for the Arts. That committee, in turn, makes its recommendation to the chairman of the National Endowment for the Arts and the State Department. Ann Philbin, director of the U.C.L.A. Hammer Museum in Los Angeles, who was on the selection committee for three years, said she was concerned that a new State Department program, Culture Connect, was higher on the government's cultural exchange agenda. "One of the problems," Ms. Philbin said, "is that the State Department's Culture Connect program takes away from serious cultural exchange in the arts and humanities and instead trots out second-tier Hollywood celebrities for international exchange purposes." Officials at the State Department say that Culture Connect, a year-old program that reaches out to diverse foreign cultures, especially people 12 to 25, has nothing to do with the money that go to American representation at international festivals. Meanwhile some curators have developed proposals for exhibitions of American artists but have nowhere to send them. Linda Norden, a contemporary art curator at the Fogg Art Museum at Harvard, has teamed up with Donna de Salvo, a curator who is joining the Whitney Museum of American Art in the fall, on a proposal to show the California artist Ed Ruscha at the 2005 Biennale. "It would be a shame if this were decided by a single institution," she said. "All of us are just waiting." Ms. Norden tried to represent Mr. Ruscha at the 2003 Venice Biennale, and she and several other curators who were passed over two years ago, have modified their proposals and are waiting to hear who, if anyone, they can resubmit them to. Putting together an exhibition in Venice is tricky and costly. The American pavilion was built by the architectural team of Delano & Aldrich in 1930 and paid for by benefactors of the Grand Central Galleries in New York. It is the only privately owned pavilion in the Giardini di Castello, the lush garden at the tip of Venice where the international pavilions are located. As owner of the American pavilion, Grand Central Galleries organized and administered the pavilion through the 1930's, inviting institutions like the Whitney Museum of American Art, the Museum of Modern Art and the National Gallery of Art in Washington to present exhibitions. In 1954 the Grand Central Galleries sold the pavilion to the Museum of Modern Art, which presented shows there in 1954 and 1962. In 1956 and 1960, the Modern invited the Art Institute of Chicago and the Baltimore Museum of Art to put together exhibitions. In 1964 the Modern withdrew from participating in the Biennale, and the United States Information Agency took over. (In 1999 that agency was consolidated into the Bureau of Educational and Cultural Affairs.) In 1986 the Guggenheim bought the pavilion for $30,000 with money provided by the Peggy Guggenheim Collection Advisory Board in Venice. Since then the Peggy Guggenheim Collection has been paid for its fees and expenses of about $100,000 to help run the American exhibition. Curiously, even though the Guggenheim owns the building, it has never organized an exhibition there, although it has organized architecture biennales in Venice. It was invited to organize the 2003 Biennale but declined, citing the economic downturn after 9/11. Over the years members of the selection committee say, the Guggenheim has tried to get control of the exhibition in the American pavilion. But now that it has the opportunity, it isn't sure it wants it. Money has always been a problem. When the conceptual artist Robert Gober was selected to represent the American pavilion at the 2001, he made three editions of prints that he sold to collectors and museums, raising $370,000 to go toward his exhibition. "There are a lot of basic expenses you don't think about," he said. For example, artists and curators are expected to keep the pavilion open through November, the duration of the Biennale, that means guards have to be paid for, along with cleaning crews, insurance and Guggenheim interns who act as gallery attendants. Then there's the cost of producing a catalog of the show and expenses like production costs for the artworks themselves as well as the expense of staging events at the site. Mr. Gober said he hoped a committee would select the next artist rather than having the State Department just hand it over to the Guggenheim. "If the Guggenheim does it," he said, "it will become an arm of the museum."
lunedì, agosto 02, 2004
Necrologio di un'eroina (Laura Betti) di PIER PAOLO PASOLINI* - E 'invecchiata e morta: ma son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale. Inoltre pur ammettendo in parte di essere morta, appunto perché la sua morte, essendo speciale, può essere ammessa, essa, nel tempo stesso, non l'ammette: «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno passeggero», essa par dire, con l'aria di un personaggio di Gogol', di Dostoiewsky, o di Kafka, «in alto loco si sta brigando perché tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima. Del resto, io non ho soluzione di continuità: sono ciò che ero. La mia possibilità di stupore non ha limiti perché io cado sempre dalle nuvole, e rido, con meraviglia fanciulla». (Contemporaneamente, là nella tomba, dice: «Io non son mai nelle nuvole, son sempre coi piedi a terra, niente mi meraviglia perché, da sempre, so tutto».) Ambiguità? No: doppio gioco. Ché essa, la morta, Laura Betti, non era ambigua, anzi, era tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile. Ella ha aderito alla sua qualità reale di fossile, e infatti si è messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda; (ma: «attenti, dietro la pupattola che ammette di essere con la sua maschera, c'è una tragica Marlene, una vera Garbo»). Nel momento stesso però in cui concretava la sua fossilizzazione infantile adottandone la maschera, eccola contraddire tutto questo recitando la parte di una molteplicità di personaggi diversi fra loro, la cui caratteristica è sempre stata quella di essere uno opposto all'altro. La sua grande fortuna è stata quella di avere evitato di vivere in uno dei tanti paesi dittatoriali che ci sono al mondo; e soprattutto di avere evitato di finire in uno dei tanti possibili campi di concentramento. Che terrificante vittima sarebbe stata! Ma in un necrologio non si dicono queste cose. Facendo di lei un esame superficiale, molti le attribuirono in vita una volontà provinciale di degradazione degli idoli. No, non era soltanto il sadismo di una provinciale che giunta nel Centro dove abitano gli idoli, prova il piacere di profanarli e di dissacrarli: in questa dolorosa operazione c'era il suo bisogno di essere contemporaneamente «una» e «un'altra», «una» che adora, e «un'altra» che sputa sull'oggetto adorato; «una» che mitizza e «un'altra» che riduce. Ma non era ambiguità, ripeto. Il suo gioco era chiaro come il sole. Naturalmente, proponendosi prima di tutto, come una delle leggi-chiave del suo codice, di non fare mai, in alcun caso, pietà, essa, per il gioco dell'opposizione, ha anche sempre voluto e ammesso anche di fare pietà. Ma la pietà non è stata causata da una o dall'altra delle sue azioni o delle sue situazioni: no, essa è sempre stata causata dall'eccessiva chiarezza del suo gioco. Dunque è attraverso la pietà che essa è stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori la sua generosità: cioè qualcosa di eroico. Questo è infatti il necrologio di un'eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa e un'eccellente cuoca. *Questo necrologio è stato scritto nel 1971 per «Vogue», immaginando che fosse l'anno 2001
binario uno, si apre la porta del treno, bisogna scendere per una coincidenza...e di fronte, oltre le teste di chi vuole salire, un muro tagliato da una ferita, un cristallo che racchiude come in un acquario persone in attesa di partire, la memoria che ricorda un altro agosto, caldo, quasi l'ora di pranzo e la notizia che arriva...il resto è storia patria (senza alcuna certezza) e tantissimi personali deragliamenti, solo in parte ricordati da un marmo inciso dentro quell'acquario troppo ordinato per comprendere l'orrore...
domenica, agosto 01, 2004
alcuni legittimi dubbi su un candidato troppo esaltato dalla "sinistra": "Il terreno degli altri di MARCO D'ERAMO - Un'America più forte e più sicura, ci ha promesso ancora, e ancora - fino al discorso di John Kerry e fino alla nausea - la convenzione democratica. Se a novembre vinceranno i democratici ci sarà più polizia nelle strade, saranno assoldati 40.000 militari in più, raddoppiate le forze speciali, controllate le navi porta container (è la prima volta nella storia che un discorso di nomination presidenziale parla di prosaiche porta container). Lo stesso candidato alla presidenza ha sfiorato e oltrepassato il ridicolo presentandosi alla convention con un saluto militare e le parole: «Io sono John Kerry e faccio rapporto». L'idea portante è che dopo l'11 settembre gli Stati uniti sono impauriti, anzi terrorizzati dalla prospettiva di nuovi attentati e che i democratici sapranno proteggerli meglio di quanto ha fatto Bush. È evidente la logica di questa tattica (non si può parlare di strategia): negli Usa vi sono 3 milioni di dipendenti del Pentagono e 26 milioni di veterani, il che significa, comprese le famiglie, un blocco di circa 50 milioni di voti virtuali. Ma è assai fondato il sospetto che il blocco elettorale dei militari sia altrettanto insensibile alle avances del partito avversario quanto quello simmetrico dei neri (che votano democratico al 90%). Per di più, è assai scivolosa l'eccessiva enfasi posta dalla convention e dallo stesso candidato sugli eroici trascorsi militari di Kerry. Un eroico tenente non diventa un grande generale: qui i democratici hanno solo scimmiottato la tattica usata nel 1960 da John Kennedy sul proprio eroismo nella seconda guerra mondiale per contrare gli attacchi repubblicani dopo otto anni di presidenza di un generale (Dwight Eisenhower). E poi, magnificando fino al ridicolo i pochi mesi di servizio militare, la convention ha censurato i successivi parecchi anni di attivismo pacifista di Kerry, la sua militanza contro la guerra in Vietnam: e da qui a novembre sicuramente George W. Bush e Dick Cheney lo chiameranno a risponderne. Ma un problema più serio è che questa tattica continua a giocare di rimessa, sulla difensiva, cerca di vincere sul terreno dell'avversario - una linea che non ha mai fatto vincere nessuno, come ben sappiamo in Italia. Si dirà che i democratici sono costretti al contropiede perché il pallino ce l'ha in mano Bush: lui può decidere se ritirare due divisioni a settembre, se tirare fuori Bin Laden dal congelatore, se creare il panico per un attentato. E però. Se un elettore vuole un vero militarista, allora vota repubblicano, non democratico. E lo si è visto dalla vaghezza sulla questione irachena. Kerry si è limitato a dire che con lui presidente gli alleati tornerebbero a collaborare con gli Usa. E perché mai? E in cambio di quali contropartite? L'ambiguità è stata tale che - ha notato in un editoriale il New York Times - Kerry non ha avuto nemmeno il coraggio di ammettere il suo errore nell'aver votato a favore della guerra. E qui arriviamo al secondo serissimo problema: in questo modo Kerry disattende le idee forse non degli elettori, ma certo di quasi tutti i suoi militanti e attivisti, il cui impegno è la sua unica carta a disposizione per vincere a novembre: e questa salsetta né carne pacifista né pesce imperialista non mobilita proprio nessuno. Di fronte a questi veri e propri svarioni impallidiscono persino gli elementi positivi delle proposte democratiche, l'inasprimento delle tasse sui ricchi, l'alleggerimento di quelle sui redditi medio-bassi, maggiori fondi al welfare, copertura sanitaria per tutti. Kerry si richiama al suo eroe Kennedy persino nelle iniziali (Jfk). La posta in gioco di questa convention era: riuscirà Kerry a mobilitare il riluttante zoccolo duro del suo partito? Per ora, sfortunatamente, la risposta non è positiva. C'è solo da sperare che da settembre in poi l'inaudita volgarità politica repubblicana costringa il ticket Kerry-Edwards a correggere la rotta." (sul manifesto del 31)