After2000

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domenica, ottobre 31, 2004

della serie "non cambierà niente !"

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Nucleare? Sì, glazie Pechino (AsiaNews/SCMP) – Il governo ha deciso di puntare sull’energia nucleare per rispondere alla sete di energia che attanaglia il paese, in preda a una rapida crescita economica. Zhang Huazhu, presidente dell’Autorità per l’Energia Atomica, ha detto che nei prossimi 15 anni saranno costruite 27 nuove centrali nucleari, delle dimensioni dell’impianto esistente a Daya Bay, nel sud del paese. Queste si aggiungeranno alle 9 già esistenti, generando 36 milioni di kW di elettricità all’anno, pari al 4-5% della produzione nazionale. La prima centrale atomica è stata costruita nel 1991. Dopo anni di indecisione, il governo centrale ha deciso di rendere l’energia nucleare un “importante componente” del settore energetico nazionale. Nelle prospettive del governo questo faciliterà il bisogno di energia nei trasporti e ridurrà le emissioni inquinanti derivati dall’uso del carbone. Zhang ha affermato che per il 2020 la Cina userà 120 milioni di tonnellate di carbone in meno. Il piano di costruzione delle centrali è un processo lungo e sotto la supervisione del Consiglio di stato. Zhang ha detto che le prossime centrali saranno costruite soprattutto nella zona costiera, dove vi è alto consumo di elettricità e dove le risorse naturali sono scarse. Nel Zhejiang e nel Guangdong gli impianti nucleari offrono già il 13% dell’elettricità richiesta. Le zone costiere del sud-est sono le più avanzate dal punto di vista commerciale e industriale e risentono di più dei blackout che stanno caratterizzando l’estate cinese. Per venire incontro alla crisi energetica il governo ha stabilito turni per l’erogazione: alcune industrie lavorano solo di notte e altre sono chiuse 3 giorni alla settimana; altre ancora una settimana al mese. Xu Yuming, un esperto nucleare, ha assicurato che l’industria nucleare cinese ha un buon livello di sicurezza. Fin dal 1991 nessun allarme ha superato la soglia 2 di pericolo (la scala va da 0 a 7). Il problema è come trovare i capitali per la costruzione di tutte queste centrali, in un momento in cui il governo chiede di raffreddare l’economia per evitare l’inflazione. Zhang si è detto sicuro che la Cina potrà trovare capitali sia all’interno che all’estero. Negli anni passati il programma energetico cinese ha ricevuto l’aiuto di Francia e Russia, come anche dell’Iran. Zhang ha assicurato che la Cina non ha mai lavorato insieme alla Nord Corea nello sviluppo di centrali nucleari, anche se egli personalmente ritiene che ogni nazione ha diritto a usare energia nucleare in modo pacifico. Pubblicato Ottobre 29, 2004 10:12 PM | TrackBack

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sabato, ottobre 30, 2004

siamo spettatori passivi di un'operetta tra poteri di cui capiamo poco o nulla (non sempre per colpa nostra), l'unico commento possibile è che Bush è stato abbandonato (o avvertito) dai servizi (che potevano tranquillamente fermare il video!)

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venerdì, ottobre 29, 2004

quando il glamour diventa arte: see the painting - £3m estimate on Freud portrait of Kate Moss - Charlotte Higgins, arts correspondent - Friday October 29, 2004 - The Guardian - A life-size nude by Lucian Freud of one of the world's most admired and photographed women will go on sale next year. Lucian Freud's Naked Portrait 2002 shows a pregnant Kate Moss draped over a bed, her head resting lightly on her left arm. With rounded belly and a discreet little fold of skin beneath her right breast, this is a magnificent, voluptuous, flesh-and-blood Moss, hardly the wispy, ethereal creature she often appears in photographs. Her face recedes into the background and her calves are prominently displayed; this is Moss as few have ever seen her. The painting will form one of the highlights of the Postwar and Contemporary Art sale at Christie's in London next February, where it is expected to fetch £2.5 to £3.5m. The most paid for a Freud was $5.8m (£3.2m) in New York in 1998 for Large Interior W11. Pilar Ordovas, an associate director of Christie's, said that the fame of the sitter affected the estimate only "up to a point". "The most important thing is how strong the painting is," she said. Moss is, with the exception of the Queen, the best-known person Freud has ever painted. He tends to steer clear of depicting those who model for a living. He once said, "They've grown another skin because they've been looked at so much." Ms Ordovas said: "This is an important recent work by the artist, and it's very interesting also for who the sitter is - Freud hardly ever paints professional models; the only other exception is Jerry Hall. In the end, though, it's a wonderful painted portrait of a nude pregnant woman who happens to be Kate Moss." Freud did not finish the painting in time for his huge Tate retrospective in 2002, so the work has barely been seen before. After completion, it was sold to a private collector by the artist's New York dealer. The British public will have a chance to see it for the first time at Christie's in London from February 1. The work was created in 2001-2 at Freud's Holland Park studio in west London. The artist had read an interview with Moss in Dazed & Confused magazine in which she revealed that she longed to be painted by him. Freud contacted Moss, and a series of nocturnal sittings started, often preceded by dinner at a local restaurant and continuing until the small hours. By Freud's standards, the painting was done quite quickly, since Moss's pregnancy provided a natural deadline. When his Tate Britain exhibition opened in 2002, Freud failed to attend the opening. The speculation at the time was that he was busy completing the portrait. Back in 2002, Moss hinted that she wanted to buy the picture herself. She missed her chance then, but in February could have a second bite - if she can part with all that cash, of course.

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in teoria dovrebbe essere una festa totale a sancire la firma della Costituzione europea, mentre invece Roma è blindata e nemmeno a piedi sono percorribili alcune sue vie: il battesimo di un'Europa lontana e paurosa, molto fragile

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giovedì, ottobre 28, 2004

...aspettando il 2 novembre ...

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...sul mercato dell'arte...

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grande apprensione per la salute di Arafat, grande quanto l'ipocrita attenzione per un leader che non può curarsi all'estero perché in tal caso non rientrerebbe più in Palestina, e che vive da anni in un edificio cadente circondato da macerie...e con lui un popolo nelle medesime condizioni!

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mercoledì, ottobre 27, 2004

ma comunque c'è uno strisciante attacco alla MINORANZA cattolica che è inammissibile...per dio!

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orari settimanali alle elementari (primaria): 1h musica, 1h immagine; 1h informatica...2h RELIGIONE...forza ROCCO, ce la puoi fare (anche se mi sono permesso di votare contro)!

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sono costretto a pensare (e parlare) male dei miei colleghi: a qualcuno comincia a piacere la riforma...perché così ha avuto modo di "rivedere" le proprie programmazioni!

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CROCIFISSO - Il governo lo difende a scuola - Il crocefisso deve restare nelle aule scolastiche non perché è un emblema religioso, ma per il fatto che è «il segno visibile della nostra speciale alleanza con la Chiesa per la promozione dell'uomo e per il bene del Paese"(avvocatura dello Stato)...OIBO'...tra un po' ci saranno anche la bandiera americana e inglese visto che siamo loro ALLEATI in guerra al terrorismo!

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martedì, ottobre 26, 2004

""Io non ci credo, non ci credo" dice Margherita. Guarda il suo cellulare: le sembra impossibile che non sia più abitato dai suoni e dai nomi e dalle voci che hanno continuato a traboccare per tutto il viaggio come segni indiscutibili di vita." da GIRO DI VENTO di Andrea De Carlo

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Obituary - Fermin Rocker - Painter from a family of London anarchists - Andrew Whitehead - Tuesday October 26, 2004 - The Guardian - The artist Fermin Rocker, who has died aged 96, was one of the last links with the heroic era of European and American anarchism, which faded beyond hope of revival with the Spanish civil war. The younger son of the anarchist thinker and writer Rudolf Rocker, one of the last anarchists of international renown, Fermin was certainly the last person alive who remembered the brief but remarkable flowering of anarchism as a mass movement among the Yiddish-speaking migrants of London's East End, a movement all but snuffed out by the turbulence of the first world war and the countervailing attractions of the Russian revolution. Fermin was greatly in awe of his father, whose tousled hair, goatee beard and corpulent frame featured in many of his early drawings and paintings. "I looked upon him as a god," he wrote years later. So did many others. Rudolf Rocker was a German gentile who came to live among migrant Jews, learned Yiddish, and became an inspirational teacher and leader to a marginalised community deeply suspicious of authority, and yearning for a voice, a means of securing self-respect, and a path to education and advancement. The craft trade unions which Rudolf Rocker nurtured and encouraged, and the lively anarchist journals he and his colleagues published, notably the Arbaiter Fraind (The Workers' Friend), won a large following among the victims of pogroms and oppression who crowded into Stepney and Whitechapel in the years before 1914. Fermin's Russian-born mother, Milly Witcop, was also a revolutionary, one of four Jewish sisters, three of whom were prominent either as anarchists or militant feminists. Fermin was born in London and named after a prominent Spanish anarchist. He grew up in a tenement block in Stepney in an intensely political environment, captured with delightful irreverence in his memoir, The East End Years: A Stepney Childhood, published by the long-established anarchist imprint, Freedom Press, in 1998. As a small boy, he got to know and admire such leftwing luminaries as Peter Kropotkin and Errico Malatesta ("a loveable little fellow"), sat up through long meetings in the hope that his father would tell him a bedtime story and was taken to the Jubilee Street Club, the epicentre of East End Jewish radicalism, where he used to filch paper on which to draw. "There was hope in the air, an anticipation of better things to come," Fermin recalled. "In later years my father would look back at it with profound nostalgia and regret. It was a time, he insisted, that still had aspirations and ideals, that still had visions of a better future, of a world more just and humane. No one dreamt what horrors the century had in store for us, what despair and disillusionment it would bring." With the first world war came repression. Rudolf Rocker was interned in Alexandra Palace, north London. Fermin remembered visiting him there. His mother was also arrested. The family was reunited in Amsterdam in 1918, moving on to Germany, where Fermin first mixed with artists and began to draw and paint. Then, in 1929 - with the decline of the Weimar Republic - he moved to New York. A few years later his parents followed, settling in a rural commune in New York state. Fermin's art was influenced by the realist school, though he was always too much of an individualist to be saddled with an easy label. He worked in New York as a draughtsman, a cartoon animator, a commercial artist, and then for many years as a book illustrator. Times were often tough. From the 1950s, he turned increasingly to oil painting, developing a hallmark style - precise, in a minor key and with a limited palette, portraying human activity (a meeting, or musical performance, or busy city street) but with each individual cocooned, isolated, even while in a common endeavour. His first one-man exhibition was in New York in 1944, but it was only after returning to London in 1972, with his American wife, Ruth Robins, that he began to make a living from painting. From the mid-1980s, he had a succession of successful shows, notably at the Stephen Bartley Gallery in Chelsea. He became, to some degree, and late in his life, fashionable (Mick Jagger once called round to select a canvas) - though that never influenced his art, which, in style and tone, felt as if it belonged to an earlier era. Few of his themes were directly political. The painting bought by Jagger, depicting a mass of Basque refugees heading away from the devastation wrought by Franco's allies towards the French border, is something of an exception. While standing broadly within the anarchist tradition, Fermin was impatient of its feuds, and critical of the left's reluctance to engage with the modern world and to accept that capitalism has improved lives and living standards. But some anarchists regarded Fermin almost as a crown prince. His son, Philip - who cared for him in his closing years - was always amused that the anarchist paper Freedom arrived unbidden in the mailbox. Fermin continued to paint in his top-floor flat in London's Tufnell Park until his last few weeks. He died peacefully in his own bed. Just 24 hours later, more than 100 admirers and well-wishers gathered at the Chambers Gallery in London's Smithfield for the private view of his first retrospective (which continues there until November 14). His wife died in 1989; he is survived by Philip. · Fermin Rocker, artist, born December 22 1907; died October 18 2004

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lunedì, ottobre 25, 2004

How Degas reworked a classic image - Maev Kennedy, arts and heritage correspondent Monday October 25, 2004 - The Guardian - The first x-ray images of one of the strangest paintings by Degas reveal the 19th century artist's obsessive reworking of an image for over 40 years, most of his painting life. There isn't a ballet dancer, a racehorse or a woman in a bath tub to be seen in The Young Spartans, but something about the groups of adolescent girls and boys shaping up to one another - the children of ancient Sparta, with the rock in the background from which unwanted babies were hurled - haunted the artist. "This picture is always going to be a touchstone for anyone trying to understand Degas's thought processes and method of working. But in the end it remains a mystery," said Christopher Riopelle, curator of 19th century paintings at the National Gallery in London. "It starts as a traditional historical painting, closely based on classical accounts and meticulous research. It ends as something much more enigmatic." The x-ray shows flurries of reworking, as figures become more and less distinct, the teenagers turn towards one another and then look away, the detailed background landscape is softened into a blur. At one point, Degas scrubbed out their classically handsome faces, and replaced them with Parisian urchins. Decades of alterations left a most peculiar painting, still unfinished when Degas died in 1917, which has been in the National Gallery's collection since the early 1920s. The number of girls in the group on the left varied, as the x-ray shows. On the canvas the result is that the four surviving girls have at least 10 legs. Two full scale versions exist of the painting, and an exhibition at the National Gallery will bring them together for the first time since they left the artist's studio after his death, together with scores of preparatory drawings loaned by museums, including the Louvre in Paris. Degas was infamous for meddling with his paintings for years, on occasions even after they had been sold. He kept some canvasses in his studio which he worked on for years or even decades. The other version, which is coming to London from the Art Institute of Chicago, is much less finished, but shows an elaborate architectural background and a much more detailed landscape. Edgar Degas was born into a wealthy French family in 1834, and was regarded even by his friends as eccentric in the extreme. He was a bachelor who lived for most of his life alone with a housekeeper. But despite the years Degas spent backstage at the Paris Opera, then haunted by wealthy older men preying on young singers and dancers, Mr Riopelle can find no evidence of an affair, ever, with man, woman, boy or girl. The Spartans remain as enigmatic as their creator. "It must be significant that the young bodies are just the same age as the little ballet dancers he painted," Mr Riopelle said. "There must be something about the growing awareness of their own bodies, the dawning sexuality, that interests him. It is not his most attractive painting, but it is endlessly fascinating." · Art in the Making: Degas, at the National Gallery, London, November 10-January 30.

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domenica, ottobre 24, 2004

un approfondimento sul tema "mercenari"

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sabato, ottobre 23, 2004

da oggi anche Ciampi va a pile!

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venerdì, ottobre 22, 2004

Europe - Un philosophe ultra, proche de Jean Paul II - Lié aux catholiques radicaux, l'ex-ministre italien a suivi un parcours politique de caméléon. Par Eric JOZSEF vendredi 22 octobre 2004 (Liberation) - Rome de notre correspondant - En choisissant Rocco Buttiglione comme commissaire italien, Silvio Berlusconi pensait avoir placé à Bruxelles un homme rompu aux compromis. Démocrate-chrétien, philosophe polyglotte, son ministre des Affaires européennes semblait avoir une personnalité sans grande envergure, malléable et capable de se fondre dans l'exécutif européen. C'était sans compter avec les convictions ultraconservatrices de cet homme qui, dans un parcours politique de caméléon, n'a jamais dédaigné la petite phrase polémique et la revendication publique de son credo catholique et antimoderniste. Aussi personne à Rome ne s'est-il véritablement étonné de ses déclarations, le 5 octobre, sur leurs vertus de la famille traditionnelle et le «péché» d'homosexualité. Rares sont ceux qui envisageaient que Buttiglione, habitué à naviguer dans les méandres de la politique italienne, puisse avoir involontairement gaffé à Bruxelles à l'occasion de son audition devant la Commission liberté et droits du Parlement européen. Car, à 56 ans, il avait jusqu'ici évité tous les écueils. Membre de la Démocratie chrétienne (DC), il a survécu à la disparition du grand parti centriste emporté par la vague des opérations anticorruption au début des années 90. Il est passé ensuite allégrement d'un camp à l'autre. A gauche en 1994, il est aux côtés de Silvio Berlusconi deux ans plus tard. «Moi, je suis au centre, ce sont les autres qui bougent», explique-t-il. «Excusez-moi, vous ne sauriez pas de quel côté de l'échiquier politique se trouve Buttiglione à cette heure-ci ?», ironise un jour l'ancien chef de l'Etat, Francesco Cossiga. Radical. Lecteur passionné des pères de l'Eglise mais aussi de Kant et de Marx, Rocco Buttiglione se revendique très proche de Jean Paul II et a participé à la rédaction de certaines encycliques. Mais en politique il a toujours avancé en mêlant l'art du compromis, les pointes d'humour et la fidélité à la morale la plus conservatrice de l'Eglise. Son engagement remonte aux années 70 : il se bat alors contre la loi sur le divorce et se rapproche de l'organisation radicale de la jeunesse catholique Communion et Libération, dont il deviendra une des références. Puis il militera contre l'avortement ou la distribution de préservatifs dans les écoles. Devenu ministre des Affaires européennes en 2001, dans le second cabinet Berlusconi, Rocco Buttiglione annonce qu'il sera «le principal assistant du professeur Wojtyla», le pape Jean Paul II, au sein du gouvernement. De fait, en proposant une prime économique aux femmes qui renonceraient à avorter ou un financement accru aux écoles catholiques, le dirigeant du petit parti centriste UDC a, dès les premiers jours de son mandat, multiplié les propositions explosives. Au fil des mois, il a repris un profil moins controversé et a cessé au passage de sauter d'un groupe parlementaire à l'autre. Exposé. Buttiglione n'en a jamais pour autant oublié ses convictions. L'eurodéputé vert Daniel Cohn-Bendit se souvient ainsi que lorsqu'il représentait le gouvernement italien au sein de la Convention qui a rédigé le projet de Constitution européenne, Buttiglione avait déposé un amendement visant à retirer l'«orientation sexuelle» de l'article interdisant la discrimination des personnes... Après avoir acquis une grande notoriété, avec des propos à sensation, comme en 2001 lorsqu'il avait souhaité que les policiers italiens puissent tirer sur les passeurs d'immigrés clandestins, Buttiglione va probablement tenter d'être plus discret. Son poste de commissaire à la Justice, la Liberté et la Sécurité est d'autant plus exposé pour un représentant du gouvernement Berlusconi que ce dernier est en guerre ouverte contre les magistrats en Italie. Et qu'au niveau communautaire il a bataillé jusqu'au bout contre la création du mandat d'arrêt européen...

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nel mausoleo dedicato al Che Fidel inciampa e cade rovinosamente...gli è andata anche bene...poteva crollargli addosso!

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giovedì, ottobre 21, 2004

notiziole..."Mercenari al servizio degli Stati Uniti. Questo erano gli ex ostaggi italiani sequestrati in Iraq per 56 giorni il 12 aprile scorso Cupertino, Stefio, Agliana e Quattrocchi (quest'ultimo ucciso dai rapitori). Lo dice il Giudice per le indagini preliminari di Bari: "Erano veri e propri fiancheggiatori delle forze della coalizione..."

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mercoledì, ottobre 20, 2004

Artistic act of veneration - Press Association Wednesday October 20, 2004 The Guardian - An artist has been given £10,000 to wrap dead trees in lengths of fabric and sheets of metal. Philippa Lawrence will encase 13 trees in each of the old counties of Wales in linen, rock wool and aluminium. The Welsh artist has already started the project, funded by a grant from the Arts Council of Wales, and has swaddled several trees throughout the principality. Lawrence recently spent two days wrapping a tree near Llandrindod Wells in 125 metres of red voile and said local farmers were "delighted" with their new landmark. She said: "The project is to explore and to locate an ancient tree in each of the counties that can be wrapped and documented." The work was "an act of veneration and meditation on its - and our - past, present and future," she added. The Arts Council of Wales has up to £250,000 a year to give to individual artists. A council spokesman described the cost of the project as representing "a drop in the ocean" of the organisation's £33m budget.

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auguri a Le Carré

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ogni buon idraulico scheda i propri clienti, che dei terroristi usino un database per elencare dei possibili obiettivi è scontato, sorprendente che scoperto questo ci si allarmi e si pensi a misure di maggior protezione per i politici (parole di Pisanu)...per allontanarli ancora di più (è possibile?) dalla vita reale...in Svezia i ministri vanno a far la spesa (senza scorta al supermercato) e purtroppo talvolta sono obiettivi, ma ciò non modifica i comportamenti di un paese civile...ma forse parliamo di qualcosa che è molto lontano dal nostro modo di essere...

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martedì, ottobre 19, 2004

se vi va di sottoscrivere un ricordo di Jacques Derrida andate qui

postato da sixty2 21:02 | commenti

adesso per un paio di giorni ognuno è libero di considerarsi il sopravvissuto di una banda di balordi, oltretutto pronti a qualsiasi confessione pur di passare meno tempo possibile in galera...e così di mezza tacca in mezza tacca si tira a campà!

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Teste - Gli americani che assediano Falluja dicono che non si fermeranno fino a quando non avranno la testa di Zarqawi. Spiritosi. (jena)

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lunedì, ottobre 18, 2004

se "i terroristi riusciranno a ottenere la mancata rielezione di Bush, essi festeggeranno una vittoria sia sull'America sia sull'intera coalizione antiterroristica internazionale di cui Mosca si sente parte"!...parola di Putin (gli interessi internazionali vanno difesi con convinzione, e tra amici ci si aiuta, soprattutto nell'occultare le nefandezze)

postato da sixty2 14:19 | commenti

domenica, ottobre 17, 2004

su Belzebù

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un'Europa meno bigotta es posible!

postato da sixty2 11:42 | commenti

sabato, ottobre 16, 2004

Casomai - Grande movimento di giornalisti verso l'Afghanistan, gli americani starebbero lì lì per arrestare bin Laden. Casomai riuscissero ad arrestarlo prima del 2 novembre, Bush vincerebbe le elezioni. Scappa, bin, scappa. (jena)

postato da sixty2 19:09 | commenti

ho, come al solito, dovuto leggere L'Internazionale per farmi un'idea più sensata dell'attentato di Taba...in cui il Mossad è probabilmente implicato (alla faccia di ciò che ci raccontano)

postato da sixty2 19:08 | commenti

venerdì, ottobre 15, 2004

ma che esagerazione di servizi promozionali per l'ultimo Aldomovar sulle reti Rai...che ci sia una sommessa censura...che mala education!

postato da sixty2 21:39 | commenti

i cosacchi in concert per il papa...la costituzione al macero...è la storia gente!

postato da sixty2 21:30 | commenti

Andreotti non è mafioso, Berlusconi non è un corruttore, Calderoli non è cerebroleso, Tremaglia non è frocio...la vita ha bisogno di certezze...(gli italiani sono un po' coglioni?)

postato da sixty2 13:02 | commenti

giovedì, ottobre 14, 2004

a poco più di quindici giorni dal voto faccio la mia previsione, e dico Bush, anche se poco cambierebbe con Kerry

postato da sixty2 21:25 | commenti (1)

fame di tempo, le giornate si riempiono di impegni, la luce diminuisce e sempre troppo presto è già domani (sacrificando il blog)

postato da sixty2 21:23 | commenti (1)

mercoledì, ottobre 13, 2004

visita alla biennale architettura a Venezia (arsenale): i ristoratori veneziani meritano il disprezzo di chiunque per la loro politica di costante rapina ai danni del turista, i responsabili della biennale, che istruiscono i co.co.co. di biglietterie e guardia sale, sarebbe meglio che facessero tesoro del loro cosmopolitismo in quanto ad accoglienza: difficoltà ad accettare carte di credito alla biglietteria (12€ ingresso), problemi con gli zainetti, che a discrezione passavano o no, e se non passavano il guardaroba era a pagamento!, e se passavano andavano tenuti in mano, non sulle spalle!! (in spazi sconfinati come le Corderie e le Gaggiandre)....poi quando si doveva ammirare il meglio del pensiero architettonico mondiale si rimaneva perplessi di fronte ad un protrarsi dell'esuberanza barocco, con punte di ipertecnologismo, in cui la semplicità era perseguita con tortuose giravoltole...e tanto "naturale" non era; più concrete e "solide", concettualmente e materialmente, le architetture essenziali e povere di realtà minori...voto 6 (veneziani a parte)...

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martedì, ottobre 12, 2004

una delle possibilità, o una delle solite balle, poco cambia! - POLITICA/FANTAPOLITICA -
La Cina darà Osama a Bush?
Bin Laden «è nello Xinjiang». La Cina lo cederà (con contropartite) a Bush che vincerà le elezioni
S.D.Q.
Una storia che sembra un fiction e che potrebbe innescare, se fosse confermata, una sequela di effetti inquietanti non solo sulla «guerra al terrorismo» ma anche sui rapporti fra Stati uniti e Cina e sui futuri equilibri mondiali. La storia è divisa in diversi capitoli: Capitolo primo, Osama bin Laden è nascosto in Cina - e più esattamente fra i monti Zaskar al confine con il Pakistan, nello Xinjiang, la provincia nel nord-ovest della Cina abitata da popolazioni uigure di religione musulmana, impegnate da anni in una aspra lotta anche armata con Pechino. Capitolo secondo, Osama si sarebbe rifugiato nello Xinjiang nell'estate scorsa - la conferma verrebbe dai satelliti - insieme a una cinquantina di mujaheddin e al numero due di al Qaeda, il medico egiziano al-Zawahiri, dopo aver strappato un accordo di asilo con le autorità cinesi in cambio della promessa di far cessare la guerriglia dei cino-musulmani uiguri. Capitolo terzo, Washington e Pechino starebbero negoziando un altro accordo supersegreto secondo cui la Cina consegnerebbe Osama agli americani - a per questo unità speciali statunitensi e pakistane starebbero aspettando solo il via dal lato del Pakistan dei monti Zaskar. Capitolo quarto, in cambio di Osama e della sua personale rielezione a quel punto garantita alla Casa bianca, Bush nel secondo mandato presenterebbe Pechino non solo come il nuovo grande alleato nella «guerra al terrorismo» ma gli regalerebbe lo status di nazione più favorita con relativi contratti miliaradari negli investimenti e commerci, mettendo una pietra sopra - come nel caso di altri regimi magari un po' fetenti ma amici - ai problemi relativi ai diritti umani.

Il capitolo quinto, che sarebbe l'ultimo della storia, è l'unico a essere ancora tutto in bianco, da scrivere. E scrivere la conclusione di questo puzzle non sarebbe facile.

L'autore di questa storia che al momento sa molto di fanta-politica è Gordon Thomas, un giornalista gallese che vive in Irlanda, che l'ha scritta per quotidiano spagnolo El mundo e che viene presentato come «un ex esperto in servizi di spionaggio e autore di libri sulla Cia e il Mossad» (dal suo sito internet i libri risultano essere addirittura 53).

A mo' di conferma della sua storia, Thomas presenta alcuni elementi - ad esempio il fatto che lo Xinjiang «dall'arrivo di Osama bin Laden è stato relativamente tranquillo» - e alcune analogie con il passato - ad esempio con il famoso e cinico accordo accordo anti-Carter che il candidato repubblicano Ronald Reagan strinse nel `79 con l'Iran khomeinista - «pagato con enormi somme di denaro agli ayatollah iraniani» - alla vigilia delle elezioni presidenziali negli Stati uniti per assicurarsi che gli ostaggi americani rinchiusi nell'ambasciata Usa di Tehran non fossero liberati prima del voto di novembre. Carter non fu rieletto, Reagan vinse le elezioni e gli ostaggi furono liberati esattamente lo stesso giorno del suo insediamento alla Casa bianca.

Negli Stati uniti, all'interno dell'entourage di Kerry è forte il timore di un'altra «October surprise». La testa di Bin Laden regalerebbe a Bush la conferma alla presidenza su un piatto d'argento. L'asso nella manica, su questo nessun dubbio. E in questi mesi è circolata più volte la voce che la primula rossa saudita fosse già caduta in trappola e si aspettasse solo il momento opportuno per presentarlo al pubblico televisivo.

Thomas scrive che a tirare le fila dell'accordo segreto Cina-Usa sarebbero i soliti Dick Cheney e Donald Rumsfeld e che la possibilità di un simile accordo sarebbe stata discussa all'inizio dell'anno dopo un incontro fra il segretario alla difesa in visita in estremo oriente ed esponenti di alto livello del governo cinese. Non resta che aspettare, alla fine di ottobre manca poco.
















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non è un sequel di George Lucas! - TERRORISMO -
I droni «Cacciatori», morte silenziosa che volteggia su Gaza di
MANLIO DINUCCI -
«Ho visto un piccolo aereo e quindi un bagliore, poi ho udito un' enorme esplosione e un'auto ha preso fuoco»: questa testimonianza di un abitante di Jenin, riportata da Al-Jazeera, conferma che le forze armate israeliane usano «droni» (piccoli aerei telecomandati) non solo per acquisire immagini, ma per colpire obiettivi palestinesi con i missili di cui sono armati. La cosa non stupisce. Il Pentagono e la Cia usano da circa tre anni droni armati, i «Predatori», che, controllati a distanza da un pilota e tre addetti ai sensori, possono volare per 40 ore fino a 750 km di distanza, scrutando il terreno con una videocamera di giorno, una a raggi infrarossi di notte e un radar per vedere attraverso la nebbia. Individuato l'obiettivo, il «Predatore» lo colpisce con due missili a guida laser Hellfire. Usato prima in Afghanistan, questo drone è stato impiegato nel novembre 2002 anche nello Yemen, per distruggere un'auto con a bordo «sei sospetti terroristi di Al Qaeda». A disintegrare l'auto su cui a Jenin viaggiavano «tre sospetti terroristi palestinesi» e a ferire tre passanti non è stato un «Predatore» ma, con tutta probabilità, un «Cacciatore», un drone sviluppato congiuntamente dalla statunitense Northrop Grumman e dalle Industrie aeronautiche israeliane. Secondo la Northrop Grumman, il «Cacciatore», armato di munizioni anticarro Viper Strike, «ha dimostrato la sua capacità letale contro obiettivi in movimento». In Iraq, ha effettuato in un anno circa 600 «missioni di combattimento». Inoltre, per particolari missioni, questo drone viene armato con «missili alati completamente silenziosi, che non usano un sistema a propulsione ma si dirigono planando sugli obiettivi». La loro presenza si rivela, quindi, solo quando esplodono.

Lo confermano le testimonianze di abitanti di Gaza, riportate venerdì dal Washington Post. «Quando l'aereo pilotato a distanza lancia un missile - racconta Khaled Abu Habel - non c'è rumore, non c'è luce, solo un leggero sibilo. Un secondo dopo, colpisce». Uno di questi missili ha ucciso due suoi cugini, presunti membri di Hamas. Sul campo di Jabalya dove vivono oltre 100mila palestinesi - racconta l'inviato del Washington Post - volteggiano, di giorno e di notte, droni di colore bianco brillante. Quando il ronzio dei loro motori si fa più forte, gli abitanti guardano verso il cielo seguendo il volo. «Abbiamo paura quando usciamo, abbiamo paura quando siamo a casa», racconta Khalid Kahlot, padre di sei bambini. A chilometri di distanza, seduto a una console, l'operatore guida il drone con monitor e joystick. Basta che prema un pulsante e il missile si dirige verso l'obiettivo. Chi vede o sente i droni volteggiare sulla propria testa vive così nel terrore di essere, in qualsiasi momento, colpito. Questo non è però considerato terrorismo, ma una legittima azione militare nella «guerra globale al terrorismo».







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lunedì, ottobre 11, 2004

e bravo Rocco sei riuscito a farti bocciare ancora prima di cominciare! "E' stata la prima volta che un commissario designato ha avuto un voto negativo: finora dal Parlamento erano giunte al massimo raccomandazioni e riserve." ...ma sai quando si dicono certe stupidaggini

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domenica, ottobre 10, 2004

"Apprendre à vivre, cela devrait signifier apprendre à mourir, à prendre en compte, pour l'accepter, la mortalité absolue, sans salut, ni résurrection ni rédemption", estimait-il alors. "Depuis Platon, c'est la vieille injonction philosophique : philosopher, c'est apprendre à mourir." "Je crois à cette vérité sans m'y rendre", ajoutait-il cependant. "De moins en moins. Je n'ai pas appris à l'accepter, la mort." JACQUES DERRIDA

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The Unilever Series: Bruce Nauman 12 October 2004  –  28 March 2005 - The latest in the extraordinary Unilever Series for Tate Modern’s Turbine Hall has been undertaken by the American artist Bruce Nauman. This is the fifth commission in the series and follows Louise Bourgeois’s I Do, I Undo, I Redo, Juan Munoz’s Double Bind, Anish Kapoor’s Marsyas and, most recently, Olafur Eliasson’s The Weather Project. Nauman’s fascination with language is central to his artistic output and this is an area which he will continue to explore in this commission. Influenced during his earlier career by the writer Samuel Beckett and the philosopher Ludwig Wittgenstein, Nauman has continued to explore the possibilities of language in works ranging from purely acoustic explorations of the rhythms of speech to visually powerful neon text pieces. Nauman believes strongly that art has a social function. He has stated that he is motivated by frustration with the human condition and he uses words and the device of repetition to explore both this and the role of art. In the video installation World Peace 1996, a diverse cast of actors endlessly rehearse the words ‘We’ll talk – They’ll listen / You’ll talk – We’ll listen / They’ll talk – You’ll listen’. Characteristically, the meaning of the work remains ambiguous and the viewer is left to ponder the true nature of the international dialogue so familiar from summit conferences, as well as human communication in general. For the Turbine Hall Nauman will be creating a fascinating and provocative sound work which will engage visitors as they progress through the space.

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sabato, ottobre 09, 2004

"Mario Landolfi, canta vittoria definendo la chiusura del sito tra i più frequentati dai no global una cosa "buona e giusta". "Aver oscurato il sito di Indymedia - osserva - è stata una cosa buona e giusta: non si trattava di controinformazione, ma di un sito che sputava fango e veleno, pieno di oscenità". " applicando la stessa unità di misura (fango, veleno e oscenità) domani non uscirà: La Padania, Libero, e Il Giornale! (p.s. mister Landolfi non è quello che passò a Gad Learner un foglietto con delle raccomandazioni, e poi, smascherato lo silurò?)

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Le philosophe Jacques Derrida est mort - Jacques Derrida était le philosophe français le plus connu à l'étranger, notamment aux Etats-Unis, pour son concept de "déconstruction". Le philosophe français le plus commenté et le plus traduit au monde ces dernières années, notamment aux Etats-Unis, Jacques Derrida, mort dans la nuit de vendredi à samedi à l'âge de 74 ans, était célèbre pour son concept de "déconstruction".

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dategli del Prozac, non vorrei soffrisse troppo!! "Ho passato una notte insonne pensando alle nostre due concittadine rimaste coinvolte nell'attentato in Egitto" dice Silvio Berlusconi, "C'è da impazzire - ha detto ancora Berlusconi - ad essere nei panni del padre. Ho pensato a lui questa notte, non sono riuscito a distogliere la mente da questo padre che si reca in Egitto nella speranza di trovare le figlie ancora vive e dall'atrocità, dalla barbarie di questi atti che sono contro la natura umana e sono francamente incomprensibili". Grande, grandissimo statista, in particolare quando tace!!

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venerdì, ottobre 08, 2004

una donna africana, Wangari Maathai, viene premiata con il Nobel per la pace e a malapena i tg danno la notizia...provate a pensare che rilievo avrebbe avuto la notizia del premio ad un anziano polacco in missione per conto di dio!

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un nostro rappresentante a Bruxelles

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in una prima e in un'ultima pagina si racchiude lo squallore di una realtà (quotidiana) che ci vede testimoni passivi: la foto di alcuni immigrati in manette al centro d'accoglienza di Lampedusa (cortesie per gli ospiti) prima di essere deportati al paese d'origine (da cui erano fuggiti mettendo a repentaglio la vita e esaurendo limitate disponibilità economiche) si contrappone alla pubblicità ENI, che sullo sfondo geografico del tratto di mare tra Libia e Sicilia, così denso di tragedie e sofferenze, proclama, e gioisce, alla nascita di Greenstream: "il più lungo gasdotto del Mediterraneo"..."un progetto ambizioso: quello di consolidare l'unione tra due continenti". Sia ben chiaro che cosa accettiamo dall'Africa!....solo e unicamente le sue ricchezze, che sono utili a mantenere i nostri standard di benessere! il resto a mare!!!

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giovedì, ottobre 07, 2004

accidenti, molti giornalisti si sono accorti solo questa sera di essere in un paese in guerra! alcuni colpi di mortaio hanno raggiunto lo Sheraton Hotel di Bagdad...sono già partiti i fax di indennizzo ed aumento (con certi rischi!)

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Zar unico di ASTRIT DAKLI - Poco più di un mese è passato dall'ecatombe di Beslan, ma è bastato per un salto storico enorme. Un salto il cui punto di arrivo è già abbastanza chiaro e terribile, anche se fuori dai confini russi pochi sembrano farci caso: il ripristino dell'impero zarista, con in più il Partito Unico. In nome delle «superiori esigenze» imposte dalla lotta al terrorismo, esigenze a cui il mondo si è ormai abituato come a un cambiamento climatico, il quadro legislativo e istituzionale del paese più vasto del pianeta è stato sconvolto radicalmente; e quella che poteva definirsi una democrazia formale gestita in modo autoritario è ormai sul punto di diventare una pura e semplice dittatura - di fatto e di diritto. Tutto il potere a un uomo: e quando si dice «tutto il potere», non è retorica. Le proposte di legge che il parlamento russo approverà nelle prossime settimane non lasciano adito a dubbi o sottigliezze dialettiche: al presidente verrà assegnato il potere - sottratto direttamente ai cittadini - di nomina e revoca di tutti gli amministratori e i legislatori locali (un potere totalmente discrezionale: nessuna condizione limitativa, il presidente potrà rimuovere un governatore, o un sindaco, quando e come vorrà e senza darne motivazione); al presidente verrà anche assegnato il potere di nomina e revoca dei magistrati, nonché il ruolo di guida della magistratura in tutti i suoi ordini e gradi. Il presidente ha già il potere di dirigere senza condizioni l'intero ramo del potere esecutivo; e, tramite il suo strumento politico rappresentato dal partito «Russia unita» (al cui confronto il Pcus era un modello di democrazia interna) ha anche il controllo assoluto del parlamento, con una maggioranza sufficiente a modificare a suo piacimento la costituzione - che in effetti sarebbe violata in almeno una trentina di articoli dalle proposte di legge sul tappeto. Non era una gran costituzione, quella eltsiniana del `93: era stata imposta con la forza, sorvolava su molti diritti e conteneva falle sufficienti a lasciare la massima libertà d'azione al governo. Ma era pur sempre una costituzione con qualche aggancio a dei principi democratici - banali, come sovranità popolare e divisione dei poteri all'interno dello stato, ma cruciali per dare qualche garanzia al cittadino. Ora tutto questo è spazzato via, completamente: resta solo Vladimir Putin, con l'aiuto di dio. La chiesa ortodossa riavrà le sue terre, espropriate dai bolscevichi, ha detto ieri Putin a un consesso di patriarchi ortodossi: fino a ieri i poteri locali potevano opporsi a questa legge, presentata in parlamento già da un anno, e lo facevano. Oggi non possono più, la parola del presidente è già più che una legge e l'alleanza con la chiesa la trasforma in volontà divina. Sul tappeto parlamentare ci sono altre proposte, che nessuno contesterà: pena di morte, limiti alla libertà di movimento delle persone, limiti alla presunzione d'innocenza nei procedimenti giudiziari. Si prevedono pochissimi giorni per i relativi dibattiti, approvazioni «in doppia lettura» per far prima. E chi mai si oppone? E' stato così già poche settimane fa, con lo smantellamento ex lege del cardine dello stato sociale, il sistema dei benefit e delle gratuità (cure mediche, assistenza, trasporti) finora garantite alle categorie sociali più svantaggiate: uno smantellamento che equivale a un genocidio, perché produrrà la morte di centinaia di migliaia di anziani e disabili. Ma loro non sono nel partito di Putin, dove sono ammessi soltanto coloro che contano. Solo per il capitale privato, innalzato sugli altari di Russia da Boris Eltsin dopo settant'anni di clandestinità, tutto resta uguale e facile: la libertà del mercato e dell'impresa non sono in discussione - a patto naturalmente che i capitalisti non abbiano mire politiche personali. La grottesca, teatrale persecuzione di Mikhail Khodorkovskij e della sua Yukos è solo una commedia per gli ingenui che credono nell'anticapitalismo di Vladimir Putin, nella sua lotta contro i ricchi, i corrotti e gli amici degli americani. (sul manifesto di oggi)

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mercoledì, ottobre 06, 2004

conti di guerra

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balle di guerra: INTELLIGENCE - Il mito Zarqawi di JOHN ANDREW MANISCO - Il sadico terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi «è più una leggenda che un uomo vero». Così viene definito il secondo più ricercato terrorista dopo Osama bin Laden da un anonimo agente dei servizi militari americani al quotidiano inglese The Telegraph. Nell'articolo pubblicato il 2 ottobre a firma di Adrian Blomfield un numero non precisato di agenti americani a Baghdad rivelano come la pratica di pagare per informazioni abbia avuto il risultato di sovrastimare il ruolo di Zarqawi nella resistenza contro l'occupazione Usa del paese. «Pagavamo fino a 10.000 dollari alla volta a opportunisti, criminali e individui che ci passavano fantasie e supposizioni su Zarqawi come se fossero certezze di ferro», rivela un agente, «descrivendolo come il perno di quasi ogni attacco in Iraq». «Negli Stati uniti questa roba veniva ricevuta con gratitudine e formava la base di decisioni sulla tattica da adottare. Avevamo bisogno di un personaggio malvagio, qualcuno identificabile al pubblico e ora l'abbiamo». Da giugno gli americani non pagano più informatori, da allora le informazioni dovrebbero essere più affidabili e Blomfield cita a proposito un altro agente: «L'impressione preponderante dall'informazione che riceviamo adesso è che il numero di combattenti stranieri non superano varie centinaia, forse non sono più di duecento». «A un certo punto, e forse anche adesso - continua l'agente - (Zarqawi) era certamente dietro ad alcuni dei sequestri. Ma se c'è un leader dell'insurrezione, questo è un iracheno». Il 4 ottobre il quotidiano di New York, Newsday, pubblica un articolo del suo corrispondente dal Medioriente Mohammad Bazzi che riporta le analisi di un'agenzia di spionaggio di un paese arabo la cui conclusione è che Zarqawi non ha la capacità organizzativa in Iraq per portare a termine tutti gli attentati attribuitigli dagli americani. Secondo i due rapporti dell'intelligence del paese arabo Zarqawi controllerebbe non più di cento militanti anche se ha legami con il gruppo fondamentalista islamico Ansar Al-Islam che prima della guerra aveva una base nell'area curda del nord dell'Iraq. E mentre gli americani continuano a bombardare i centri della resistenza a Samarra e Fallujah, dichiarando che stanno colpendo le basi di Zarqawi, il terrorista, sempre secondo i rapporti del paese arabo, sarebbe nascosto nella città di Mosul nel nord. L'articolo cita Diaa Rashwan, un esperto di militanti islamici al Centro studi strategici e politici Al-Ahram del Cairo: «Gli americani hanno sovrastimato Zarqawi per ragioni politiche. E' più facile dare la colpa ad un uomo che dover confrontare una insurrezione che include nazionalisti iracheni, ex baathisti e islamici». Il ruolo di Zarqawi propagandato dall'amministrazione Bush è cruciale per stabilire nella mente dell'opinione pubblica mondiale che la resistenza irachena è guidata da terroristi non iracheni e che il paese sia diventato il «fronte della guerra contro il terrorismo». Il suo ruolo di super terrorista è anche la chiave per stabilire un collegamento tra Saddam e Osama. E' stato grazie al discorso all'Onu del segretario di stato Colin Powell il 5 febbraio 2003, quello delle «prove» (false) sulle armi di distruzione di massa in Iraq, che Zarqawi diventa una star internazionale: «L'Iraq oggi ospita un micidiale network terrorista capeggiato da Abu Musaab al-Zarqawi, un socio e collaboratore di bin Laden». Il campo base è nel nord est dell'Iraq in territorio curdo e ospita il gruppo fondamentalista Ansar Al-Islam. Secondo Powell è lì che si producono micidiali armi chimiche e biologiche. Falso secondo il corrispondente dell'Observer di Londra che visita il luogo 8 febbraio. Falso secondo il corrispondente "embedded" della televisione usa Abc che arriva sul posto con una squadra biochimica il 29 marzo 2003 non trovando nulla. L'altra prova del legame tra Saddam e Al Qaeda è che Zarqawi viene ferito durante la guerra in Afghanistan. Trova accoglienza a Baghdad dove gli amputano la gamba. L'11 maggio 2004 Zarqawi viene accusato di aver sgozzato personalmente l'ostaggio Nicholas Berg davanti ad una videocamera. L'assassino ha tutte e due le gambe. Immediatamente «ufficiali dell'intelligence americana hanno rivisto il loro accertamento, concludendo che Zarqawi ha ancora tutte e due le gambe». (sul manifesto di oggi)

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banane a Londra

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martedì, ottobre 05, 2004

Rumsfeld smentisce Bush in campagna elettorale (a meno di un mese dal voto): mette le mani avanti? alza la posta? para il culo? ma?...intanto è chiaro anche ai polli che Osama era di casa alla famiglia Bush, più che a Bagdad!

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un altro celebre "urlo" che scompare! "Janet Leigh, the demure but sexy blond movie star of the 1950's who will always be remembered for the 45-second shower scene in which she was slashed to death in Hitchcock's "Psycho" in 1960, died on Sunday at her home in Beverly Hills. She was 77."

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lunedì, ottobre 04, 2004

Il Mahatma è in linea - ALESSANDRO ROBECCHI - Sinceramente non saprei dire se il Mahatma Gandhi fa vendere più cellulari, schede telefoniche, connessioni a internet e altri utilissimi aggeggi moderni che sono oggi il core-business del mercato globale. Se sì, spero che gli eredi prendano qualche royalty, ma non mi faccio illusioni: il grande nonviolento, il simbolo mondiale del pacifismo, è sicuramente «fuori-diritti». Dunque, stiamo ai fatti: nel mercato globale si paga tutto, ma Gandhi è gratis. Davanti a questa innegabile evidenza, il mondo si divide in due: chi si indigna come un crotalo e scrive al manifesto, e chi invece mette mano alla calcolatrice per vedere quanto ci si guadagna. Eppure, mi preme di più un'altra domanda, partendo dalla pubblicità che tanto ha sconvolto certi compagni: cosa voleva dirci l'artista? Partiamo dal cosa. Cosa vende quello spot (o pagina) con il Mahatma? Non vende il telefono, né l'abbonamento, e nemmeno una tariffa, o una suoneria con la canzoncina. Vende l'idea che tutto questo si possa fare. Allo stesso modo, la filosofia Nike non vende scarpe da tennis, ma un'idea di sport, un'ideologia. Si vende dunque una cosa che non è in vendita: l'immateriale ottimismo che oggi un altro mondo è possibile (grazie alla comunicazione globale e a Telecom), venato dal rimpianto che tutto questo ben di dio non fosse disponibile prima. Il disegno è bellissimo, il messaggio è forte, l'artista è stato proprio bravo. Ma c'è un salto logico. Si lascia infatti intendere che la possibilità tecnica di fare una cosa sia sufficiente per farla. Certo, si può (tecnicamente) comunicare a tutto il mondo su maxischermi. Si può (tecnicamente) vedere un filmato in rete con tecnologia wi-fi sul computer portatile dal deserto. Ma chi può davvero farlo? chi ha il potere per farlo? Qualcosa mi dice che Gandhi non avrebbe potuto, anche se fosse stato tecnicamente in grado. State certi che lo trovavano in un fosso prima. Qualcos'altro mi dice che nei deserti oggi è più facile crepare di fame o sbudellati che collegarsi a Internet. Del resto gli esempi di cose che si possono fare in teoria ma non in pratica è infinito. E per scendere sulla terra dopo tanti discorsi globali, guarda un po', nemmeno Telecom ha potuto fare il terzo polo televisivo italiano come aveva desiderato e progettato e addirittura avviato alla grande. Era possibile (tecnicamente), ma non lo è stato (politicamente), stante la situazione di monopolio italiana, di nome Silvio. Chi si indigna, a sinistra, per l'uso di un simbolo forte come Gandhi a fini commerciali vede soltanto una parte del problema. Certo, c'è una sorta di esproprio ideologico. Lo spot è pacifista, è schierato, punta a un pubblico che ci assomiglia, a quelli che un Gandhi lo vorrebbero in mondovisione anche subito. Ma del resto, la stessa azienda continua a irrorare i media di spot con figone mozzafiato, tette, culi, scempiaggini ammiccanti e cretinate sparse. Si tratta di un'azienda globale, di un mercato globale, che vende una comunicazione globale e che quindi ha molti pubblici diversi, praticamente tutti, dai dodici a novant'anni. E noi (quelli come noi, pacifisti, nonviolenti, anche soltanto genericamente contro le guerre) facciamo parte del pacchetto. Siamo mercato anche noi, gente. Non mettiamo le scarpe di cocomero, non ci cibiamo di bacche e radici, ogni tanto - perfino! - usiamo il telefonino. Dunque mi coglie questo dubbio: che l'indignazione per l'uso commerciale di un simbolo «nostro» (più o meno) nasconda il disagio di essere anche noi target, anche noi clienti, anche noi obiettivo della propaganda del mercato. C'è da stupirsi? Non lo so. Certo credo che si dovrebbe avere di fronte al mercato e alla sua propaganda (detta pubblicità) un atteggiamento un po' più laico o se volete anche soltanto un po' più furbo. Non è un mistero che la pubblicità sia specializzata nel prevedere tendenze. Dovremmo dunque rallegrarci se dalle moine sexy della figona di turno si passa al primo piano del Mahatma. Il disagio però resta. Come mai? Semplice: ci si mostra il futuro nel passato (come sarebbe il mondo?). E intanto si tace sul fatto un futuro così non ce l'abbiamo nemmeno nel presente. Perché non ci mancano certo i telefoni, né i cavi, né le suonerie, né tutte le diavolerie elettroniche che Telecom può inventare e vendere. Quel che ci manca è un leader mondiale che parli a tutti e dica: basta ammazzarsi come polli, basta scannarsi come maiali. Ecco, questo - anche con tutte le tecnologie del mondo - non ce lo abbiamo. Peccato, eh?

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domenica, ottobre 03, 2004

sul Guardian di oggi, un interessante ripasso su Guantanamo

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sabato, ottobre 02, 2004

stiamo perdendo il dono della vista...Newton...Cartier-Bresson...Avedon... Richard Avedon Master photographer who captured the conflicting identities of America - Amanda Hopkinson - Saturday October 2, 2004 - The Guardian - The career of the photographer Richard Avedon, who has died aged 81, was called by Susan Sontag "one of the exemplary photographic careers of this century" - alongside Edward Steichen, Bill Brandt and Henri Cartier-Bresson. He himself had no dearth of famous names in the fields of both photography and literature to accompany his volumes of images: from Mark Haworth-Booth and Harold Rosenberg, James Baldwin and Truman Capote to Arthur Miller and George Wallace. Avedon was born in New York; his father owned a shop on Fifth Avenue. At 12 years old, he joined the YMHA camera club - an early photograph shows him with his Kodak Box Brownie in Central Park in 1935. He attended DeWitt Clinton high school in the Bronx, where he was co-editor, with James Baldwin, of the Magpie, the school's literary magazine, and became poet laureate of New York high schools. From the start - after war service in the photography section of the US merchant marines - Avedon was linked to fashion, fashion magazines and Irving Penn. Never more so than in Helmut Gernsheim's oft-reiterated comments of their "creation of a contemporary style", utilising "the same strength" of assigning "monumentality" to their subjects. But whereas Penn might go for the oddest juxtapositions - like an evening dress and an elephant, or turn South Sea islanders in warrior armour into fashion plates - Avedon eschewed anything that might intervene in the arresting clarity and deceptive simplicity of the early portraits. Attached, aged only 21, to Harper's Bazaar, he had established his own studio a year later. His studies at New York's New School for Social Research, under the legendary Alexei Brodovitch (where Diane Arbus and Eve Arnold, among others, also trained), led directly to his appointment as a staffer on Harper's, where Brodovitch and Carmel Snow were commissioning editors. He stayed from 1945 to 1965, before branching out into Vogue, working under Diana Vreeland and Alexander Liberman (from 1966), and at the New Yorker, where, in 1992, he became the magazine's first staff photographer. It was the glossy, east-coast magazines which provided the skeleton on which all the other myriad Avedon projects were fleshed. Partly, perhaps, a question of being in the right place at the right time: one could not invent a more appropriate outlet for the stark, but often naturally lit, portraits of models, artists, the famous and the infamous. Despite Avedon's protestations against daylight, he had an even greater resistance to shadows - including those backdrop rims thrown up by flash. Something of the extraordinary print quality of those large-format black-and-white investigations has to be due to Avedon's printers, especially Earl Steinbicken. Avedon's own interest was always in the people, never in the fashions. In fact, the models tended to add a layer of complication to what he fundamentally believed was the relationship between photographer and sitter. As he said: "A photographic portrait is a picture of someone who knows he (sic) is being photographed, and what he does with this knowledge is as much a part of the photograph as what he's wearing or how he looks." In the case of the model, of course, she was performing as a clothes horse, wearing the outfits and makeup assigned, and not necessarily presenting herself as she might choose. Yet it was Avedon's conviction that "We all perform" - with its necessary corollary that "I trust performances" - that allowed both for the model's interpretation, actor-like, of a given role, and his own refusal to distinguish between "the named and unnamed" (in New Yorker terms, the famous and the rest). Initially inspired by the 1930s imagery of the great Hungarian Martin Munkacsi, who photographed fashions as if they were battleships, Avedon democratised the image, at least partly by removing it from its setting. (Even the portrait of Red Owens, Oil Field Worker, Oklahoma, 1980 has the raggedy-overalled, bearded stevedore doused in black viscosity aqainst a bare white backcloth.) Many photographs also include the dark border running around the rim of the square-format negative, as though proclaiming "right, now you don't need to frame me any other than how the photographer did". And many of his exhibitions, including the major retrospective which travelled to the National Portrait Gallery in London in 1994-95 followed that line. The exercise in democratising the image paradoxically had its own fiercely political implications. Avedon protested too much in insisting that he concentrated on surfaces because that was where his faith lay. By concentrating on the great unnamed of the United States, he gave us In The American West (1985, in which Red Owens appeared), about as different from Robert Frank's Americans as any study could be. By using a traditional Hasselblad and homing in on every detail, he rendered his subjects again as much a set of graphic compositions as he did his fashion models in their swirling dresses. The paradox lies in his own assertion that the moment an emotion enters into a portrait, it becomes less a statement of fact than of opinion. This puts the onus of response from the photographer on to the viewer. A wide-angle lens, used in closeup, enhanced the sense of distortion, magnifying minor defects, sometimes horrifying the viewer. Twenty years earlier, the initially shocking, but ultimately sentimental tome Nothing Personal (1964), opened with a foggy double-spread frontispiece of a man, wearing only trunks, spectacles and a wristwatch, kneeling before an elaborate sandcastle. It closes with even softer-washed portraits of a loving couple, the woman heavily pregnant, cavorting in the sea-shallows, and of a man holding his infant up out of the water balanced on the palm of his hand. Between the two there are posed versions of numerous rites of passage. That Penguin Books would have even considered doing as unconventional and giant a volume as this testified to Avedon's clout. The text was by James Baldwin, who wrote that "the myth tells us that America was full of smiling people ... the relevant truth is that the country was settled by a desperate, divided, and rapacious horde of people who were determined to forget their pasts and determined to make money. We certainly have not changed in this respect, and this is proved by our faces, by our children, by our absolutely unspeakable loneliness, and the spectacular ugliness and hostility of our cities." Avedon just focused on the faces. In 1976, he devised a Who's Who Of America in the run-up to the presidential elections. Sixty-nine members of The Family - those with the intellectual, economic and political power - appeared in Rolling Stone. They did not present pretty pictures and Avedon himself reacted with characteristic self-negation: "I strongly voice my emotions in my photographs ... this is a composite portrait of the power elite, but I feel nothing at all for the majority of these people." He goes further, denying not only any personal responses, but any political or moral ones by adding, "I'm not looking to offset Republicans against Democrats, good against bad." His goal was to reverse the tradition, voiced by Julia Margaret Cameron, of using portraiture to allow the outer form to reveal the inner spirit. Avedon was in search of the inner spirit alright, but was hijacking the former preserve of the postwar humanist photographic tradition, in searching for something generic outside of their established domain of street photography. Even the images which most promote the child-as-father-to-the-man in the opening and closing shots of the deliberately named Nothing Personal are non-specifically misty. His defence, in the face of concerted attack for the series on his cancer-stricken father (1969-73), was that it was not the death scenes of Jacob Israel Avedon but rather of everyman. Last month, Avedon suffered a stroke while taking pictures in San Antonio, Texas, for a piece for the New Yorker called "On Democracy". He was married twice. His first marriage was to Dorcas in 1944; he married Evelyn in 1951, with whom he had one son. · Richard Avedon, photographer, born May 15 1923; died October 1 2004

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venerdì, ottobre 01, 2004

ordinary iraqui day "Fonti ospedaliere a Samarra, la città nel triangolo sunnita teatro dall'alba di oggi di una massiccia offensiva americana contro gli insorti, hanno reso noto un nuovo bilancio del raid: almeno 90 morti e 180 feriti."

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Qualche domanda su mio fratello Enzo Baldoni di Sandro Baldoni - Questa lettera è stata inviata a Enzo Mauro, direttore di Repubblica. - Caro direttore, felici questi giorni anche per noi Baldoni, contenti di rivedere le facce belle, pulite e sorridenti di Simona Pari e Simona Torretta, e di stringerci idealmente in un abbraccio ai loro familiari. Ma permetteteci, da cittadini qualsiasi di questo stato, di farci e fare pacatamente qualche domanda molto diretta. Perché nel caso di Enzo il governo italiano ha sonnecchiato così a lungo e si è dimostrato così freddamente distaccato da una tragedia che anche in quel caso non aveva coinvolto solo una persona, ma un'intera nazione? Perché le opposizioni non sono riuscite ad andare oltre la polemica spicciola, invece di sollecitare l'immediata azione di tutte le altre forze politiche per una soluzione rapida del sequestro? Perché i servizi segreti hanno perso giorni preziosi minimizzando subito la questione della sparizione di Enzo, addirittura dando notizie infondate su una sua presunta irresponsabile uscita dal convoglio della Croce Rossa, quando lui era stato evidentemente catturato mentre era di ritorno a Bagdad assieme ai medici e agli infermieri con cui era andato a curare un gruppo di feriti iracheni? Perché dopo tutto questo tempo non si riesce ad avere il benché minimo indizio su che fine abbia fatto il corpo di un occidentale clamorosamente rapito e ucciso nella non immensa periferia di Bagdad? Insomma, abbiamo due governi, uno efficientissimo e uno completamente inaffidabile, così come abbiamo due opposizioni e due servizi segreti? Pensiamo siano cose che molti altri italiani si chiedono, confusi anche da questa improvvisa e un po' sguaiata gara della nostra classe politica ad attribuirsi meriti e medaglie, mentre un mese fa era tutto un correre a nascondersi nei coni d'ombra disegnati dalle poltrone. Qualcuno può rispondere? Grazie. Sandro Baldoni

postato da sixty2 13:21 | commenti

Bush o Kerry, tormentone autunnale il cui risultato, malgrado ciò che vogliono farci credere è già scontato, sarà assolutamente indifferente a quella manciata di elettori che penseranno di esercitare un diritto costituzionale...comparse in un kolossal che ha ben altre aspirazioni!

postato da sixty2 13:19 | commenti