sabato, marzo 31, 2007
"Bagnasco, il presidente della Cei, a proposito dei Dico : "E' difficile porre dei paletti se manca un criterio oggettivo di bene e male. Domani si potrebbero legalizzare altre aberrazioni come l'incesto o la pedofilia tra persone consenzienti". Parla per esperienza?!
venerdì, marzo 30, 2007
mango/zucca, ananas/finocchio, mirtillo/carota, fragola/pomodoro o mele/spinaci...l'insostenibile inutilità...dello yogurt! (dedicato a Lorenza)
giovedì, marzo 29, 2007
dalla Stampa di ieri "D’Alema ha parlato a lungo ieri in Senato, ma non è riuscito comunque a far cadere il governo." (Jena)
domenica, marzo 25, 2007
"Sapevano tutti - Kabul - Hamid Karzai, il presidente afghano, esce dal grande imbarazzo e spiega: “Gli italiani avevano bisogno di aiuto e noi dovevamo dimostrare la gratitudine per tutto quello che hanno fatto. Il primo ministro Prodi mi ha chiamato così tante volte che non potevo deluderlo. Dovevamo aiutare l’Italia, anche se questo adesso pone problemi seri di sicurezza”. Karzai non aggiunge, ma è noto, che aveva ricevuto l’avallo degli americani, intervenuti anche fisicamente nella fase finale della liberazione di Mastrogiacomo portando il giornalista italiano e Gino Strada in elicottero da LashKarga a Kandahar da dove poi sono partiti per Kabul. Del resto gli americani avevano solo posto il veto sul dottor Hanif, cioè Abdul Haq Haqiq, ex braccio destro del mullah Omar e dunque ancora troppo prezioso. Gli stessi inglesi sapevano, perché hanno la gestione dell’intelligence al sud, non volevano il rilascio di Adbul Latif Hakimi, detto Mufti, perché aveva ucciso un loro soldato, ma si sentivano moralmente responsabili perché Sayed, l’autista ucciso davanti agli occhi di Daniele, lavorava probabilmente per loro..." dal blog di Pino Scaccia
sabato, marzo 24, 2007
Down and out in Paris - The French riots of 2005 inspired the photographer Denis Darzacq to head for the housing estates on the outskirts of the capital.
venerdì, marzo 23, 2007
i media sono strani: gridano per evitare di ragionare (e far ragionare)...due bimbi raccontano una favola sulla loro mamma in paradiso per meriti terroristici, ed è scandalo! non che vivano in un tugurio recintato e sotto il costante e continuo controllo delle armi...punti di vista
mercoledì, marzo 21, 2007
il transessuale importunato da Sircana si è rivolto ad un avvocato per tutelare il suo buon nome...nessuno gli ha chiesto se era il caso di pubblicare la foto!
martedì, marzo 20, 2007
lunedì, marzo 19, 2007
"Lo spettacolo di García, infatti, rappresentando con mezzi artistici un gesto che viene abitualmente compiuto nelle cucine dei ristoranti, non prolunga una quotidiana, inutile crudeltà nei confronti degli animali ma, al contrario, la sovverte rivelandola nella sua ferocia. L’arte compie così una preziosa opera di disvelamento: non ci rivela un arcano ma toglie alla realtà quotidiana quel velo di sottilissima ipocrisia o consuetudine che ci impedisce di vederla. D’un tratto, assistendo allo spettacolo, subito dopo o subito prima di cene a base di astice, ci ricordiamo di appartenere a una specie cannibale, a una specie di animali che alleva in quantità industriali altri animali soltanto per poterli macellare, cuocere e mangiare, una specie la cui sopravvivenza è strettamente legata a questa forma di sterminio razionalmente pianificato, fino a punte di gratuita crudeltà come nel caso dell’astice. Dopo questo disvelamento artistico non saremo più gli stessi uomini. Non è detto che cambieremo abitudini alimentari - io non lo farò - ma alla vita della nostra coscienza si sarà aggiunta una nuova zona di consapevolezza che ci avrà cambiati per sempre, fosse anche soltanto per farci divenire ciò che già eravamo: individui di una specie cannibale ma pensante." ANTONIO SCURATI
domenica, marzo 18, 2007
tutto era pronto per la domenica...ma bisognerebbe sapere che dei talebani non ci si può fidare per fare belle figure...Massimo, qualcuno ti sta facendo le scarpe!?
sabato, marzo 17, 2007
"Rodrigo Garcia - Grazie, Europa - Heidegger è esistito. Al contrario, tutte le notizie sui nostri Dei, fanno ridere. C'è solo letteratura e poi successivamente buona pittura pagata dalla chiesa e la musica di Bach. Un'altra volta mi succede lo stesso in questa Italia cattolica appestata di profumo: mi proibiscono di fare la mia performance ACCIDENS. Perché c'è un astice vivo in scena. Perché assistiamo all'agonia, ma in un contesto differente dalla pescheria. Perché un attore, alla fine di 30 minuti di un'opera completa, lo taglia e lo cucina come in tanti ristoranti e lo mangia. Lo proibiscono i giudici con scarpe di pelle, giudici con borse di pelle, poliziotti con camicie cucite dai bambini dell'Asia e la gente della politica che permette che la televisione sia uno schifo e che nelle strade pubbliche proprio in questo momento un prodotto venga pubblicizzato con un bebè di sei mesi che pensa o sogna di comprare non so cosa. Di fronte a tanta ipocrisia e violenza ancora esistono edifici chiamati teatri che si offrono alla città come spazi o selve di resistenza poetica in assoluta utopia. Ci sono zone - e persone che popolano queste zone - che fanno tesoro della speranza di condividere giorni e chilometri di libertà. Non si tratta di una finzione della libertà: il fatto teatrale esiste e ogni proposta è una realtà. Parlo di pesanti bombe casalinghe che consegniamo in mano a ciascun individuo del pubblico; alcune scoppiano, altre no, e ciò dipende da ciascun individuo, se decidi di togliere la sicura della bomba e tremi e vivi e osservi come bisogna fare, come il primo uomo e non come una fotocopia umana. La scorsa notte c'era la polizia nel Teatro i di Milano, dentro. Il pubblico, è rimasto fuori. Che diavolo ci fa la polizia in un teatro? Che ci fa il pubblico fuori da un teatro? Perché il neonato di sei mesi sogna già di comprare un prodotto e la sua foto è su una strada pubblica come pornografia di cattivo gusto e noi dobbiamo cancellare un'azione poetica? Che c'è dopo di questo? A te, ti parlo adesso? Cosa c'è dopo tutto questo? Sto parlando con te adesso. Con te. Ti faccio una domanda semplice, a te: cosa c'è dopo tutto questo? Il silenzio di ciascuna donna e di ciascun uomo d'Europa è la frequenza brutale, che fa sì che i miei timpani scoppino."
venerdì, marzo 16, 2007
forti segnali di rincretimento collettivo (se mai ce ne fosse bisogno): l'astice "salvato" a Milano...per esempio!
giovedì, marzo 15, 2007
al buon Massimo, che per cultura e classe non tratta con i talebani (ma se stesse zitto sarebbe anche meglio, con un ostaggio nelle loro mani), vorrei chiedere quale è la differenza tra loro e un Putin o una Coondoleza? superiorità razziale o peso politico?!
se un portavoce governativo si fa prendere dal panico per uno schizzetto di fango...o è un cane di paglia o...? con chi va sono affaracci suoi, sempre che poi noi ci venga a dire cosa dobbiamo fare noi!
mercoledì, marzo 14, 2007
i sorrisi e le strette di mano allo Zar Putin sono abbastanza patetici...e tutto per un po' di gas! (la battuta del giorno: in Cecenia ha vinto la democrazia!)
martedì, marzo 13, 2007
grande tensione nel mondo cattolico dopo il richiamo del pastore tedesco...ci si interroga se rubare sia veniale o mortale!
domenica, marzo 11, 2007
ne avevo parlato sabato 3 marzo, questa recensione la stronca...dal manifesto di ieri: "Una mostra gardaland per il genio di Lynch - «The air is on fire», alla Fondation Cartier fino al 27, è più una fieretta che un'occasione per immergersi negli universi pop e surrealisti del regista di Ivo Bonaccorsi - Parigi - Se identifichiamo con l'aggettivo «lynchiano» la sintesi di universi pop e surrealisti, dovremmo probabilmente evitare la mega-mostra David Lynch apertasi la settimana scorsa alla Fondation Cartier a Parigi e visibile fino al 27 maggio. Finite le follie del vernissage con risse mondane, più isteriche che violente - divampate nelle code d'attesa che assomigliavano a piccoli trailers di un suo film in progress - sedate dal regista in persona, rivelatosi esperto addomesticatore di nevrotici, la mostra altro non è che un set abbandonato e accessibile ai fans (che sono tanti!). Tutti desiderosi di scoprire quanto sia influente, sul difficile terreno della odierna fashionable-art, la ricerca di un maestro del cinema del nostro tempo. Sperduto in un'architettura di lusso, l'uomo delle geografie emotive di Twin Peaks prodiga, come a un salon d'altri tempi, il suo savoir-faire, quasi fosse un qualunque altro artista di Missoula, Montana, impegnato in una retrospettiva di mezza età. Nel momento in cui scompare dalle sale cinematografiche della città il suo capolavoro Inland Empire, che con una sola proiezione in loop a questa mostra avrebbe soddisfatto l'occhio lubrico dei compulsivi frequentatori del contemporaneo, eccoci di fronte a una mise en scénè degna di una fieretta d'arte polacca, con un involontario controcampo del Sunset Boulevard, non del Bhv duchampiano, affollato di veri artisti-star abituati al decollo di jet privati supercollectors che acquistano al telefono. Probabilmente mal consigliato dal curatore, già responsabile della favola di J. Paul Gautier in versione piccola fornaia che diventa couturier, il maestro Lynch deve piegarsi a un production-designer che gli addebita la concezione dell'intera mostra con tanto di grotta salotto da parco dei divertimenti e non lo informa che fuori dal suo studio, per tanti artisti e pubblico pagante, lui è «David Lynch». Si preferisce invece crocifiggerlo tra due colossi della taglia di Bacon e Kiefer proponendo tende e velluti, per definire la monumentalità di opere da cavalletto che interagiscono con lo spazio in modo ridicolo. Se un grande del cinema come Bertolucci citò Bacon in Ultimo tango a Parigi con grande sapienza e lo fece nei generiques con rispetto e grazia, piacerebbe non vedere spacciati disegni su post-it, frontespizi di sceneggiature, scatole di fiammiferi... come miniere a cui attingere per costruire un display demenziale per delle visioni indimenticabili. Vorremmo che il fuoco camminasse con noi tra queste strutture tubolari, questo grigio insulso dei fondali e i pulsantini - suoni da mostra interattiva che evocano una Gardaland, poco lynchiana, con sound track stupidino e per niente Mulholland Drive. Superato a fatica questo livello di repulsione cominceremo forse a vedere le opere. Distorted Nude è la serie più recente(2004), un esercizio di numerique e assemblage risolto con spazi che citano Kitaj e nella migliore delle ipotesi la relazione feticistica di un sacerdote Fang con lo sputo, il sangue e la materia magica che incorporerà nel feticcio. Al piano inferiore David Lynch ricorda che è il grande inventore dei sequels improbabili e della permeabilità da piccolo schermo a sala cinematografica e finalmente ci regala una vera sala, un teatro con un pavimento di lampadine e uno schermo con tende pesanti, in cui proietta i suoi primi cortometraggi: una boccata di ossigeno. Ma dove sono Lula, Laura Palmer, Donna e tutta la corte di personaggi di veglia - appariranno e scompariranno nei termosifoni? Vorremmo far scivolare gli occhi sulle mensole con inquietanti ritrattini di famiglia, sobbalzare forse per i guasti di corrente alternata, aver troppo caldo o troppo freddo, avvertire il più piccolo rumore, percepire insomma i contrasti e gli slittamenti di senso che fanno gemere conigli-feto e apparire donne dalle guance rosate dall'acne. Purtroppo continuiamo a aggirarci tra slavati medi formati alla Schnabel e verrebbe voglia di presentargli Enzo Cucchi (ma forse lo conosce già!) per spiegargli che la vittoria dell'immagine si gioca su supporti fisici, che la matericità non giova al suo lavoro, che il solo viaggio del vecchio personaggio sul tagliaerba per rivedere il fratello è a tutti gli effetti una strepitosa opera di land-art. Spieghiamo non a Lynch, che già lo sa, bensì agli organizzatori di questi baracconi, con book-shop che vendono gadgets, che Una storia vera è commovente come una passeggiata di Francis Alÿs e in più è popolare e ci rifarà piangere. Sapendo che oggi tecnica mista su carta, fotografia colore o film 16mm. pari sono, dal punto di vista del mercato, se non da quello della significazione... evitiamo così a Lynch questa imbarazzante intrusione nel suo universo privato a meno che non ce lo chieda elegantemente, come hanno fatto prima di lui Kiarostami o Paradjanov. Oppure lasciamolo alle sue collaborazioni con il celebre design di calzature Laboutin pronte per le vetrine dei negozi perché sculture... non sono, anche se somigliano a Franz West o Twombly. Ricordandoci che qualche artista furbetto espose la sagoma del cartello Twin Peaks «tel quel» in galleria non più di qualche anno fa, ma nessuno ancora il neon-insegna Silencio del teatrino di Mulholland drive... sussuriamocelo piano come un altro plot all'orecchio sordo di Blue Velvet. Non più ricatti come questo... Silencio... l'unico bel gesto da fare per incendiare l'aria alla Fondation Cartier poiché Lynch può davvero permetterselo."
sabato, marzo 10, 2007
a proposito dell'articolo di ieri: Camon è uno che si accorge di ciò che gli gira intorno quando ci va a sbattere...o lo pagano per osservarlo! (era un autore di buone speranze trent'anni fa...)
venerdì, marzo 09, 2007
buone dal nord-est...dalla Stampa di oggi: "La città dei segreti romeni di FERDINANDO CAMON - La tangenziale che congiunge Padova Est a Padova Ovest è lunga una mezza decina di chilometri, è tutta sopraelevata, e trema e romba di Tir giorno e notte: nessuna sorpresa che la polizia abbia inseguito dei romeni e se li sia visti sparire, come ingoiati dalla terra. Solo che lì non c’è terra, è tutto cemento. Sotto l’autostrada si apre un’intercapedine a forma di vasca. La polizia entra nella vasca ed è come quando Colombo mise piede in America. Un mondo nuovo, insospettato e sconosciuto, si spalanca davanti ai piedi degli agenti. Un mondo interminabile. L’intercapedine autostradale è di fatto un’altra città, invisibile alla città. Una città fortificata, in cemento armato, indistruttibile, ma senza aria, senza luce, senza niente. Una fortezza. In poco tempo gli agenti schedano 200 romeni. E’ qui che si apre il problema: nessuno di noi padovani li ha mai visti, nessuno di noi sospettava che ci fosse questa catena di dormitori cavernicoli sotto i nostri piedi, anzi sotto le nostre ruote. Quella è un’arteria dal traffico intenso e ininterrotto. Tutti noi passiamo lì sopra più volte al giorno, e ora scopriamo che sotto le nostre ruote brulicava un’umanità sconosciuta, a coppie, a famiglie, a clan. Il torrente dei migranti si ferma a Padova - Padova è sbalordita, ma non è la prima volta. Questa non è la sola città straniera incistata dentro la nostra città. La migrazione è un torrente, scavalca Trieste di corsa, e quando perde forza si trova a Padova, e qui si ferma. Da anni nelle edicole ci sono giornali stampati in lingue che i padovani non credevano nemmeno esistessero. Alla mattina questi giornali son pile, alla sera le pile sono scomparse: dunque i lettori di quelle lingue s’aggirano per queste strade. I portici son pieni di annunci di ricerca lavoro: sono scritti a biro, in un italiano inventato, le romene che si offrono come badanti sono infinite, e tutte si presentano come «oneste». Dicendosi «oneste» vogliono distinguersi dalle albanesi, perché anche tra immigrati c’è una crudele guerra di etnie. Dicono che le badanti romene siano affettuose. Fanno strani discorsi, dicono che restano qui il tempo sufficiente per comprarsi una vacca, con una vacca sistemano tutto. Vanno a casa una o due volte l’anno, s’imbarcano all’aeroporto per Timisoara, c’è una linea diretta Venezia-Timisoara, una linea molto trafficata, ma sventuratamente l’aeroporto è stato strutturato male, il cartello che indica Timisoara non è visibile dalle sale d'attesa, e ci sono sempre donne romene, male infagottate, che ti fermano e ti chiedono aiuto. Uno scontro tra metropoli e giungla - Al tempo delle guerre balcaniche vedevamo spuntare sui muri della città scritte in inglese che dicevano: «Kosovo is Serbia», e ci chiedevamo chi aveva interesse a scrivere messaggi del genere. Erano i serbi. Serbi che lavoravano qui, orgogliosi, sprezzanti, ostili: son rimasti giusto il tempo per rimettere in piedi la casa, ora non ci son più. Al giovedì pomeriggio si danno appuntamento in piazza del Municipio i filippini. Si scambiano notizie della loro patria, è un modo per non morire di nostalgia. Radunati fanno massa, e ti chiedi dove poi si disperda questa massa: in giro per le case, e diventa invisibile. Il quartiere di via Anelli è stato bonificato, era una colonia di nigeriani e maghrebini, quando la polizia gli dava la caccia suonando le sirene loro suonavano i tamburi: era uno scontro tra metropoli e giungla. La giungla è stata svuotata, i suoi duemila-tremila abitanti non li vediamo più: nascosti in un’altra città, dentro la nostra città. Non sappiamo dov’è. Ma prima o poi salterà fuori."
giovedì, marzo 08, 2007
ci si avvicina alla Biennale: "Da Platone in poi, in modo più o meno esplicito, i filosofi hanno separato e diviso in compartimenti stagni la coscienza umana, contrapponendo una facoltà all’altra: la mente al corpo, la ragione all’irrazionalità, il pensiero al sentimento, lo spirito critico all’intuizione, l’intelletto ai sensi, il concettuale al percettivo. Nel migliore dei casi, queste dicotomie sono servite ad affinare la comprensione delle diverse capacità a nostra disposizione per capire e collocarci nel mondo; nel peggiore, ci hanno deprivato di alcune di queste abilità, stabilendo false gerarchie che ci spingono ora a sottovalutare l’una in favore dell’altra, ora a diffidare di molte in favore solo di alcune. Eppure, per quanto filosofi e ideologi abbiano persuaso con successo la gente non soltanto dell’utilità analitica, ma anche dell’intrinseca verità storica di queste categorie, le molteplici sfide poste dalla realtà alle nostre capacità di comprensione e il flusso vero dell’esistenza superano di gran lunga il potere di sistemi, teorie e definizioni volti a contenerle. L’immaginazione è come un bacino in cui questa eccedenza trabocca e si riversa, e l’arte scava i canali capaci di ricollegare tra loro parti della coscienza un tempo isolate e segregate, inondandola e riempiendola nella sua interezza come un fertile delta. Pensa con i sensi – senti con la mente si fonda sulla convinzione che l’arte sia oggi, e sia sempre stata, il mezzo tramite cui gli esseri umani prendono coscienza del proprio essere in tutta la sua complessità. Questa affermazione non presuppone tuttavia che il risultato sia un tutt’uno indissolubile e duraturo, o che l’arte costituisca una risoluzione magica ai conflitti insiti nella nostra natura o nelle diverse culture e società e nelle loro relazioni reciproche. Quello è il campo della filosofia, delle scienze sociali e della politica. Nondimeno, “dare un senso” alle cose in un dato momento o in una determinata circostanza significa coglierne la piena complessità sul piano intellettuale, emotivo e percettivo. Tale sforzo non implica che la nostra comprensione duri a lungo e neanche che duri molto più dell’istante nel quale realizziamo che questi aleatori poteri di concentrazione e trasformazione ci appartengono. Incidentalmente, per “dare un nonsenso” al mondo, come fanno l’arte grottesca, dadaista o dell’assurdo, si dispiegano questi stessi poteri attraverso una disparità esagerata. Invertendo l’ordine e la logica, l’opera creata paradossalmente mantiene sospesa la nostra coscienza frammentata e così facendo ci permette di afferrarne le contraddizioni. Le epifanie accadono, ma non durano. Come ha dimostrato James Joyce, una delle funzioni dell’arte è quella di salvaguardare l’esperienza così da poterne assaporare e studiare i numerosi aspetti. La storia dell’arte è un tessuto di epifanie intrecciato da molte mani a velocità diverse: il tempo presente dell’arte è il bordo esterno di questo work in progress. Preso in un punto qualsiasi, questo bordo può essere frastagliato e irregolare e la trama che si delinea può disturbare o risultare ardua da discernere, a rispecchiare le difficoltà della creazione artistica in tempi difficili, quali sono quelli in cui oggi viviamo. Invece di rifilare il bordo o di ritessere la trama per regolarizzarla, questa mostra si concentra su alcuni aspetti della produzione attuale scelti quali indizi della possibile natura degli schemi emergenti, senza tuttavia alcuna pretesa di offrirne una mappatura esaustiva. Pertanto non è stato fatto alcun tentativo di essere programmaticamente “rappresentativi”, né in termini di stili, né di mezzi artistici, di generazioni, paesi o culture: sono state piuttosto impiegate qualità e preoccupazioni particolarmente diffuse nell’arte contemporanea affinché fungessero da poli magnetici in grado di attrarre opere dai sette continenti, che utilizzino tutti i diversi mezzi artistici, rappresentino gli stili più vari e appartengano a tutte le generazioni attive al momento. Tra i poli attorno ai quali hanno prontamente gravitato alcune opere, esiste un campo di forza in cui ne aleggiano molte altre. I poli sono stati impegnati come diapason, cosicché i criteri di selezione sono stati tanto la risonanza e lo stato d’animo quanto la tematica trattata o la metodologia estetica. Tra questi vibranti punti di riferimento figurano l’immediatezza della sensazione in rapporto all’interrogarsi sulla natura e al significato di tale sensazione, l’intima affezione nei confronti dell’impegno nella vita pubblica, il senso di appartenenza e quello di sradicamento, la fragilità della società e della cultura di fronte al conflitto e le qualità di sostegno dell’arte di fronte alla morte. Dagli inizi del XX secolo lo sviluppo dell’arte moderna è avvenuto a livello mondiale; tuttavia, la sua disseminazione e assimilazione generale non hanno tenuto il passo con questa crescita ampia, simultanea e capace di impollinazioni reciproche. Riconoscendo tale discrepanza, per colmare il divario questa Biennale si è affidata, come in passato, ai padiglioni nazionali, ma ha anche incorporato al proprio interno un padiglione nazionale, quello turco, e un “padiglione continentale”, quello africano, aprendo la strada, si spera, a una maggiore e più durevole inclusione di zone del mondo e della creazione artistica troppo a lungo trascurate nei circuiti espositivi internazionali. Questa mostra guarda al futuro, non al passato. In questo senso, non sono stati compiuti tentativi di tracciare delle genealogie o di stabilire un nuovo canone, né tanto meno di entrare in competizione con le fiere d’arte o di ostacolare il mercato. Tranne rare eccezioni, tutti gli artisti presentati in mostra sono vivi e attivi. Diversi per provenienza e prospettiva temporale, sono loro a coniugare, tra loro e per noi, il tempo presente dell’arte. Gli unici artisti non viventi in mostra sono scomparsi per una morte prematura o improvvisa; le loro opere sono state comunque incluse in quanto conservano una freschezza e un impatto che le imprime nella mente dei loro compagni di strada e del pubblico. Robert Storr"
mercoledì, marzo 07, 2007
"What I am, I don't know. I am the simulacrum of myself."
Jean Baudrillard, c'était la curiosité même...
martedì, marzo 06, 2007
per qualche giorno...fino all'atteso rilascio...saremo informati che in Afganistan la pace è in guerra!
lunedì, marzo 05, 2007
ha fatto cadere un governo affermando che in Afganistan si stava costruendo la pace, e adesso il povero Massimo è turbato dalla piega che stanno prendendo le cose, non ha decisamente una buona congiunzione astrale...al momento!
domenica, marzo 04, 2007
valore e mercato, la sfortuna di Bloch: "Remove the price tags and take your pick - Is there a link between a painting's artistic merit and its market value? John Windsor thinks not - The Observer - There has never been so much money sloshing around the art market. A record £392m was spent during Christie's and Sotheby's auctions of Impressionist, modern and contemporary art in London last month. Rich first-time buyers competed fiercely with art dealers, some of whom left in disgust. Celebrity artists led the field: at Christie's, a record £14.02m for a leering Francis Bacon pope and £5.39m for a garish Andy Warhol Brigitte Bardot. German emigre Frank Auerbach, now 75 - a core member, with Bacon, of the School of London in the Fifties - was back in fashion: his vigorous Camden Theatre in the Rain of 1977 fetched £1.92m at Sotheby's. Only £500,000 had been expected. Those of us who have difficulty finding four-figure sums to rub together might wonder whether it is ever possible to buy an inexpensive great work by an artist who has slipped under the market's radar. But my visit to the first comprehensive exhibition for 23 years of British-based Jewish German emigre Martin Bloch (1883-1954) at the Sainsbury Centre in Norwich has convinced me the criteria for market success do not necessarily have much to do with an artist's merit or even his influence. Bloch was a unique and extraordinary colourist. He was 50 when, in 1934, he and his family fled to London from Berlin, where he had been at the height of his career. His fresh battle for recognition was disrupted by nine months of internment. Upon release, he painted blitzed cityscapes, stunning evocations of light and hope rising from ashes. In 1958, four years after his death, his name was billed with Francis Bacon and Henry Moore in an exhibition in Liverpool. Since then, his commercial reputation, though not his artistic influence, has waned. Of the 18 paintings of his that have appeared at auctions during the past decade or so, none has sold for more than £3,450. Last March two Blochs estimated at £2,000-£3,000 failed to sell. Bloch's technique is impressive for his sensitive tonal juxtapositions of warm and cool colours, at a time when British artists tended to see tone as no more than light or dark. If you have ever taken brush to canvas you will marvel at the way he solved problems of composition and perspective by applying the most unlikely-looking blues and yellows. So how come the auctioneers can sell an Auerbach for £1.9m but not a Bloch for £2,000? When you compare London street scenes painted by these two refugees, the answer seems farther away than ever. The £1.9m Auerbach, to my mind, is ... I could say 'slapdash', but I think 'exaggeratedly expressionistic' is more art-crit speak. The ensemble tends towards a muddy monochrome, lacking depth and differences in texture. It's park-railings stuff. Bloch's House With Figureheads, 1936, is observed, pondered, then recreated from within, in contrast to Auerbach's apparently heedless attack on the canvas. Warmth and hospitality exude from the curious building. In the cool blue twilight, the bay is warm purple and the orange interior beckoning through the window is bright as a furnace. The eye is drawn from the bright window to the silhouetted policeman. The Auerbach, on the other hand, has a confusion of focal points. Tear off the price tags and I'd choose the Bloch every time. Here is a tick-list of criteria for commercial success: a reasonably prolific oeuvre (beans or Blochs, dealers need a constant flow of stock); membership of an art movement; recognition in art history; artwork in public galleries; backing from powerful collectors such as Charles Saatchi. One might add: high quality art. But the market does not judge art; it merely rides the reputation merry-go-round. Good art is art that sells. Bloch co-founded the now-forgotten School of Contemporary Painting in 1934 but did not ally himself with any art movements; he is scarcely mentioned in history books; he is owned by plenty of public galleries because many of his loyal pupils became curators, but his work tends to end up in store; he was never championed by a powerful collector. But his big drawback is too small an oeuvre. There remain probably fewer than 300 paintings, many of whose owners would not dream of selling. Much of his work was lost in Germany or during the Blitz. By contrast, Auerbach lived in Britain from the age of eight; he has his niche in the School of London and has shown at the Hayward, the National and the RA. The plus side for Bloch is that he has knowledgeable and devoted champions outside the market. The Sainsbury exhibition was instigated by the film maker Cyril Frankel, an admirer, collector and friend of Bloch's. He says: 'Bloch is an anomaly - top-class work overlooked by dealers. He is not just slightly undervalued, but seriously undervalued.' Bloch's descendants, particularly his grandson Peter Rossiter, an artist and Courtauld art history graduate, are assiduous promoters of his reputation. Rossiter curated the exhibition and understands the need to supply the market. He is offering drawings from under £1,000 to £2,000. A couple of the paintings are also for sale. And the exhibition is a hit. About 1,000 people a week are going, rivalling the centre's previous exhibition devoted to Bacon. The hope is that it will move to London. The Metropolitan Museum of Art in New York has also been approached. Is it worth hoping that Bloch's reputation can be raised from such oblivion? Remember van Gogh." · 'Martin Bloch: A Painter's Painter' is at the Sainsbury Centre for Visual Arts, University of East Anglia, Norwich, until 15 April. See www.scva.ac.uk
sabato, marzo 03, 2007
David Lynch, The Air is on Fire 3 mars – 27 mai 2007 / March 3—May 27, 2007 Présentée à la Fondation Cartier pour l’art contemporain à Paris du 3 mars au 27 mai 2007, The Air is on Fire est la plus importante exposition jamais consacrée à l’œuvre de David Lynch en tant qu’artiste plasticien. Explorant les multiples facettes de son art, elle rassemble un grand nombre de peintures, photographies, dessins, films expérimentaux et créations sonores, réalisés entre 1960 et aujourd’hui. Une occasion exceptionnelle de découvrir et de revisiter l’art de David Lynch à la lumière d’œuvres inédites, mises en scène par l’artiste lui-même. Cette exposition-événement est accompagnée d’une programmation de concerts et de projections conçue par David Lynch pour les Soirées Nomades. Pendant toute la durée de l'exposition The Air is on Fire, la Librairie de la Fondation Cartier vous invite à découvrir le catalogue de l'exposition ainsi qu'une sélection d'ouvrages sur David Lynch. Des éditions spéciales vous sont également proposées : affiches, livres d'artistes, T-shirts The Air is on Fire réalisés en collaboration avec Agnès b., ou encore l'Espresso Kit de David Lynch (multiple réalisé à 100 exemplaires). Presented at the Fondation Cartier pour l’art contemporain in Paris from March 3 to May 27, 2007, The Air is on Fire is the largest exhibition devoted to David Lynch as a visual artist. Exploring the multiple facets of this work, it brings together paintings, photographs, drawings, experimental films, and sound created since 1960. This exhibition event offers an exceptional occasion to discover and to revisit his creations with never-before-seen works, installed in an environment designed by him. It is complemented by a series of Nomadic Nights events, including concerts and projections, that he created. Throughout the duration of The Air is on Fire, the Fondation Cartier Bookshop invites you to discover the exhibition catalog and a selection of publications on David Lynch. Special editions created especially for the exhibition, including the Espresso Kit by David Lynch and shirts made in collaboration with Agnès b. are also available.
venerdì, marzo 02, 2007
è cominciata la campagna di primavera afgana, si parte dall'anestetizzare le masse con la bufala mediatica di un bin Laden vivo e pericoloso...poi arrivano i B52...
giovedì, marzo 01, 2007
"Two Picasso paintings worth a total of €50m (£34m) have been stolen from the Paris home of the artist's granddaughter, it emerged yesterday. Maya and the Doll, and Portrait of Jacqueline disappeared on Monday night but police said there had been no sign of a break-in at art historian Diana Widmaier Picasso's home on the city's left bank. She and a friend had been in the building, a grand house in Paris's smart seventh arrondissement, at the time the paintings vanished, and the circumstances of the theft were still unclear last night, her lawyer said."