martedì, maggio 29, 2007
dalla Stampa di oggi "Family Week di STEFANIA MIRETTI - Barbara 1 (Parma), strangolata con la cintura dell’accappatoio dal marito Giovanni che le chiedeva i soldi per la droga. Nella e Roberta (L’Aquila e Rieti): uccise entrambe a fucilate da Luigi, convivente della prima e patrigno della seconda, che poi s’è suicidato. Silvana (Roma): accoltellata a morte dalla figlia malata di mente con la quale viveva in faticosa solitudine. Soraya Marcela (Gorgonzola): uccisa a botte dal fidanzato Alvaro, che aveva preso male un tradimento. Signora senza nome, ieri a Belluno, fatta fuori con un’unica coltellata alla gola dal marito Antonio: il solito litigio tra coniugi, purtroppo degenerato. E naturalmente Barbara 2 e Viola, la sua bambina che sarebbe dovuta nascere tra venti giorni (Marsciano): colpo di scena, l’indagato è il marito-padre. Colpo di scena? Ferma restando la presunzione d’innocenza del signor Spaccino, in Italia succede un giorno sì e un giorno no: ne uccide più la famiglia che il cancro. Ma questo lo sappiamo. Ciò che colpisce, invece, sono i due riflessi condizionati che ogni volta, in mancanza d’un reo confesso o di un quadro indiziario subito schiacciante, ci spingono a: 1) Descrivere in termini idilliaci la famiglia visitata dalla morte violenta. 2) Rilanciare l’allarme criminalità, logica conseguenza dell’immigrazione selvaggia (una sola volta gli extracomunitari furono chiamati in causa in seconda battuta, perché lì per lì si diede per scontato che ad uccidere fosse stato il marito e padre: ma era il povero Azouz). Senza arrivare all’eccesso di organizzare ronde condominiali per vigilare, c’è da pensarci. E c’è da chiedersi: quale delle due reazioni pavloviane è la spia delle nostre angosce più profonde? Di cosa, esattamente, abbiamo sempre più paura? Degli stranieri, dicono i sondaggi. Mah."
lunedì, maggio 28, 2007
hanno perso, hanno vinto...non ci vedo molta differenza, fanno comunque abbastanza schifo!
domenica, maggio 27, 2007
Ukraina! sussulti di disfacimento
giovedì, maggio 24, 2007
mercoledì, maggio 23, 2007
tempi moderni..."Piccoli fuochi creazionisti si accendono nel nostro Paese. A Trento un’associazione cattolica inscena una piccola crociata contro l’eccellente mostra scientifica, «La scimmia nuda», allestita presso il Museo di Scienze Naturali. La colpa imputata ai curatori è quella di aver concepito l’esposizione, con l’aiuto di un comitato internazionale, ispirandosi alla teoria dell’evoluzione darwiniana, cioè al programma di ricerca adottato dall’intera comunità scientifica per spiegare le origini e l’evoluzione della specie umana. Desta stupore che nel 2007 vi siano ancora persone disposte ad esibire una tale sprezzante negazione delle evidenze empiriche. Di fronte a chi afferma che l’uomo «non ha niente in comune con le scimmie» è difficile trovare la pazienza per un dialogo..."
martedì, maggio 22, 2007
"D’Alema ha detto che Veltroni è una risorsa per il Paese. Lo disse anche di Cofferati, che infatti è finito a Bologna." (Jena)
"Dicono che Matteo Arpe, ad di Capitalia, classe 1964, sia uscito dal suo ruolo portandosi a casa cinquanta milioni di euro..."ogni commento risulterebbe volgare!
forse è la volta che commissariano l'Alitalia, se lascia a terra 7000 tifosi del Milan rischia grosso!
lunedì, maggio 21, 2007
in un paese dove la gente è presa in giro dalle chiacchiere sul "tesoretto", il Quirinale ha 1072 dipendenti...il Bundestag (il parlamento tedesco) 160...
domenica, maggio 20, 2007
Richard Serra al MoMa di NY...
sabato, maggio 19, 2007
opinioni...sulla difensiva!
...e la realtà dell'arte!!
venerdì, maggio 18, 2007
il "mercato" dell'arte!
giovedì, maggio 17, 2007
che Joseph fosse un poco di buono si sapeva ma è il caso di ricordarlo...agli ingenui
parlar chiaro...dalla stampa di oggi..."Monsignore si dia una calmata di CHIARA SARACENO - La gerarchia cattolica, come ogni autorità religiosa, ha sicuramente il diritto e persino il dovere di esprimersi sui temi che toccano la morale e il senso della vita. Ciò che dice va ascoltato con rispetto e con attenzione, anche quando non lo si condivide. Ma ci sono occasioni in cui è davvero difficile mantenere un atteggiamento di rispetto e ascolto. Le dichiarazioni di ieri di monsignor Betori, segretario della Conferenza episcopale italiana, a Gubbio sono una di queste - ormai sempre più frequenti - occasioni. Di fatto ha individuato come i peggiori nemici della umanità - «fomentatori di guerre e terrorismo», negatori «del riconoscimento dell’altro» a vantaggio del mantenimento di «situazioni e strutture di ingiustizia sociale» - le donne che abortiscono, le persone che riflettono sul testamento biologico e sul diritto a porre fine ad una vita che ha perso tutte le caratteristiche di vita umana, le coppie eterosessuali che convivono senza sposarsi e gli omosessuali in quanto attenterebbero alla dualità sessuale. Sono loro responsabili dei mali del mondo, non i dittatori politici ed economici, non coloro che fomentano guerre etniche e religiose, non gli sfruttatori di donne e bambini, non i mercanti di uomini e neppure coloro che in nome della morale sessuale si oppongono all’utilizzo di semplici precauzioni per evitare il diffondersi dell’Aids che da solo in alcune parti del mondo fa ancora più stragi delle guerre civili. È difficile provare rispetto ed avere attenzione per chi confonde terroristi e violenti veri e persone che, assumendosene tutta la responsabilità e talvolta la sofferenza, compiono scelte eticamente motivate, ancorché in modo difforme dalla morale cattolica. Per chi, tra l’altro, non distingue neppure, dal punto di vista della gravità rispetto al suo stesso concetto di morale, tra aborto e convivenza senza matrimonio, tra eutanasia e approvazione dei Dico e ritiene (contro le stesse più recenti acquisizioni della Chiesa) che l’omosessualità sia uno stile di vita, e non una condizione umana in cui ci si trova a nascere e vivere. Perciò teme, un po’ grottescamente, che se si riconoscessero le coppie omosessuali nessuno più farebbe coppie (e matrimoni) eterosessuali. È una visione senza sfumature e senza distinzioni, oltre che senza rispetto. Per questo è intimamente violenta oltre che intellettualmente rozza. Non credo che così si difenda veramente il cristianesimo. Certamente non è così che si può aspirare a ottenere rispetto e attenzione per le proprie posizioni. Si incoraggia soltanto l’escalation dell’insulto reciproco, dell’abuso del linguaggio, dell’incapacità a distinguere e ad ascoltare, della caccia al diverso. Non è né pedagogia civile né, tantomeno, pedagogia religiosa. È una chiamata alle armi. È questo che la gerarchia cattolica vuole per il suo popolo e per il nostro Paese? Chi sta davvero, per riprendere le parole di Betori, coltivando «sentimenti di arroganza e di violenza»? Un po’ di autocontrollo, per favore."
mercoledì, maggio 16, 2007
un prete qualche anno fa..."1974, si votava il divorzio. Un prete scrisse... La famiglia cristiana? Non esiste, è borghese e patriarcale. di Ernesto Balducci - Parlando da cristiano a gente che in gran parte si ritiene tale, ci tengo a dire che il momento che stiamo vivendo è proprio il momento in cui dobbiamo abbattere (noi ne siamo i primi responsabili) quella che chiamerei l'ideologia cattolica, come ideologia di copertura del mondo borghese, il quale mondo borghese trova vantaggio nel coprire i suoi obiettivi di conservazione sociale con dei valori cosiddetti cristiani che hanno ancora una grandissima forza di suggestione nelle coscienze. La difesa della famiglia cristiana è un aspetto dell'ideologia cattolica che, molto di più di quanto potremmo pensare, nasconde la volontà di conservare un certo tipo di società e un certo tipo di sistema di rapporti di proprietà. Alzare quindi questo velo è in un sol momento recuperare la possibilità di un rapporto più vivace, più liberatorio col Vangelo e smascherare le reali intenzioni della classe dominante. Così, quando i nostri vescovi hanno creduto di dover convocare i cattolici a una battaglia, la battaglia della indissolubilità giuridica del matrimonio in Italia, hanno fatto riferimento a un modello cristiano della famiglia, e certo un tale riferimento non può non avere risonanza nella coscienza di una larga parte del popolo italiano, anche di quella che politicamente ha fatto delle scelte dissenzienti nei confronti della Chiesa. Non esiste un modello cristiano di famiglia. Che cosa si nasconde, però, dietro questo cosiddetto modello cristiano della famiglia? È lecito attribuire al messaggio cristiano un modello di famiglia quale quello che abbiamo ereditato dal passato e che ancora sopravvive? Ecco, la risposta è subito no. Si tratta appunto di una menzogna, non di quelle architettate da chi sa quale mal intenzionato, ma di quelle menzogne che nascono per una specie di escrescenza storica progressiva, sulla spinta di altre ragioni che non sono di tipo ideale, ma pratico. Non esiste la "famiglia cristiana", essa è appunto un falso valore. Io vorrei mostrarvi come liberandoci da questa falsificazione, ricercando anche le ragioni per cui essa è nata e si è fatta valere e riferendoci con coscienza liberata alle esigenze evangeliche, noi ci mettiamo in movimento tra le forze che mirano a far crescere la nostra società e liberarla anche da altre schiavitù. Che cosa intendiamo quando si parla di modello cristiano della famiglia? Noi possiamo riferirci o al particolare ordinamento giuridico della famiglia, quello che è stato elaborato lungo i secoli dalla Chiesa cattolica, oppure ad un particolare concetto etico, morale della famiglia, che, anche indipendentemente dall'ordinamento giuridico-canonico, si è fatto valere da parte della società italiana. Per cui si dice che la famiglia tipica italiana è una famiglia di formazione cristiana. Ora, spieghiamoci su questo punto. Intanto sta di fatto che quando noi parliamo della famiglia secondo l'ordinamento canonico, quello che per adesso rimane in prima gestione della Sacra Rota e dei Tribunali diocesani, noi non dobbiamo affatto ritenere che si tratti della traduzione giuridica di un ideale evangelico. Si tratta invece di una creazione storica, precisamente databile, di cui è responsabile la Chiesa cattolica. I primi cattolici non avevano un ordinamento giuridico proprio della famiglia. Essi vivevano la vita di famiglia, ed anche diremmo istitutivi, secondo il costume del tempo. Non c'era, per dir così, il matrimonio in chiesa; non c'era una anagrafe o un tribunale ecclesiastico per i matrimoni, non c'era il prete, al matrimonio. I cattolici si sposavano come tutti gli altri. Non sentivano alcun bisogno di dare al loro matrimonio un ordinamento giuridico particolare all'interno del generale ordinamento giuridico della società in cui vivevano, specialmente in quella romana. Ad esempio, là dove erano le famiglie a stabilire il matrimonio dei figli, i primi cristiani facevano come gli altri: il padre di famiglia destinava alla figlia un dato marito, d'accordo con la famiglia del promesso sposo, senza che i due interessati potessero aggiungere nulla, perché questo era il costume. Inutile quindi andare a cercare nei primi cristiani un modello di "famiglia cristiana". Così, per quanto riguarda il modello etico della famiglia, non esiste un concetto etico specificamente cristiano, nei primi secoli. C'è una visione, se vogliamo, di fede, teologale, cioè legata al riferimento a Cristo. Non esiste però un ideale di famiglia con particolari contenuti morali. La prassi familiare si modellava sul costume morale del tempo. Anche se è chiaro che il cristianesimo impose un rigore morale, un rifiuto di certe forme di depravazione, una condanna di certe degenerazioni; però non disse cose diverse da quelle che poteva dire l'etica degli stoici o dei pitagorici. Quindi il cristianesimo non si presenta con una sua etica familiare formulata nei primi tempi. Come nasce il modello cristiano della famiglia. Solo quando la Chiesa, dopo Costantino, e precisamente con Giustiniano, acquista una responsabilità di tipo sociale, per cui tutti i momenti della vita sociale vengono gestiti dal clero, incomincia a formarsi un ordinamento matrimoniale cristiano che, come vedremo, si è poi accresciuto, si è arricchito, si è accreditato in ogni modo fino a trovare il suo sigillo nel Concilio di Trento e a diventare anche un modello di ispirazione per molti ordinamenti giuridici civili. Il codice napoleonico fu in gran parte tributario di questa tradizione giuridica della Chiesa medioevale. Tuttavia ci domandiamo se il matrimonio cosiddetto cristiano ha veramente obbedito alle esigenze evangeliche o non piuttosto alle esigenze della società del tempo. La risposta è chiara: la cosiddetta famiglia cristiana, con tutti i connotati giuridici ritrovabili nel codice canonico, con tutti i connotati etici ritrovabili nel costume esemplare, è un prodotto storico e, come tale, relativo. Per cui io non riesco a capire, proprio dal punto di vista diremo dell'individuazione culturale, che significhi difendere in una società pluralistica un modello cristiano di famiglia, perché non so quale dia questo modello, perché non si dà un modello proprio del cristiano. La famiglia cristiana, se noi la conserviamo come prodotto storico ereditario, nasconde invece in sé particolari pregiudizi, particolari difformazioni, particolari rapporti sociali legati allo sfruttamento che sono tutti da rifiutare. Caratteristiche superate della famiglia cristiana. Quali sono queste caratteristiche storiche da considerare superate? Innanzitutto è chiaro che l'unità della famiglia cristiana usufruiva di un dato economico, era l'unità patrimoniale. Il padre di famiglia era l'unico responsabile del patrimonio familiare, era lui l'unica figura economica della famiglia. E quindi l'unità della famiglia, anziché essere il prodotto della scelta cosciente dei coniugi, era un portato fatale dell'indivisibile unità patrimoniale. Che cosa avrebbe potuto fare una buona donna cristiana, si fa per dire, di ceto povero, se avesse avuto mille motivi per lasciare il marito: andare a morire di fame o essere rifiutata dalla società abbiente come donna deplorevole, di cattivi costumi, ecc. La donna era legata a questo giogo dell'indissolubile monarchia economica del padre di famiglia. A reggere l'indissolubilità della famiglia, oltre a questa ragione economica, esisteva un ambiente cosiddetto monoculturale, cioè a cultura unica, per cui tutti gli elementi culturali dell'ambiente spingevano a ricercare la propria identità nella famiglia di appartenenza. Una donna non aveva un suo mondo culturale. I figli non avevano un mondo culturale autonomo. Non c'erano spazi diversi per l'esperienza di vita. La famiglia rappresentava il luogo normale e continuativo dell'esperienza culturale. L'unità quindi si manteneva perché mancavano forze centrifughe, aperture di orizzonti diversi per i componenti della famiglia. Pensate, ad esempio, al legame quasi fatale fra il lavoro del padre e del figlio. In terzo luogo c'era la subordinazione della donna all'autorità maritale, che era una norma assoluta. L'attività pastorale della Chiesa ha in questo una specifica responsabilità, perché il modello che si forniva alla donna era un modello di subordinazione al marito. La "donna cristiana" è quella che dice sempre di sì al marito, che non ha in nessun campo iniziativa propria, le cui virtù sono tutte una garanzia alla tirannide maschile e i cui compensi mistificanti sono l'essere l'angelo del focolare. Perfino san Paolo porta riflessi della condizione sociale della donna dei suoi tempi, quando dice che la donna deve essere sottoposta al marito, o deve coprirsi il capo quando entra in assemblea perché il capo della donna è l'uomo. San Paolo non rivela niente che abbia rapporto con la liberazione portata da Gesù Cristo. Assume norme di comportamento proprie della società ebraica. Ma noi dobbiamo sapere che la fedeltà alla parola di Dio non è fedeltà ai modelli sociologici del comportamento, legati ad una certa fase dello sviluppo storico. La parola di Dio non assolutizza, non rende normativi quei modi di comportamento, ci esorta anzi a liberarcene. Il matrimonio è per i figli. In realtà, pensate che nel passato, anche in quel passato che certi nostalgici rimpiangono, il consenso libero della donna al matrimonio era una circostanza neanche presa in considerazione. La donna aveva così radicalmente accettato il modello impostole dalla società e dalla Chiesa che aveva perfino vergogna a dire che desiderava prender marito; magari lo desiderava con tutta se stessa, ma tale desiderio rimaneva inibito. Doveva esser lei, la donna cercata. Doveva essere senza iniziative e con un'etica del comportamento femminile che voi conoscete bene. La stessa definizione della donna era di tipo biologico. La donna si definiva in rapporto alla sua biologia: era vergine o madre. Non persona, come l'uomo, capace di decidere della propria vita indipendentemente dalla condizione biologica; ma legata strettamente a questa, con delle sfere di mortificazione terribili, come la donna che non ha sposato, la zitella, considerata una donna fallita. Oggi ci troviamo nella situazione in cui lo sviluppo della società ha messo in crisi le componenti di struttura che sorreggevano un certo tipo di famiglia cosiddetta cristiana. Abbiamo una crisi della famiglia che per molti è la crisi della famiglia cristiana, ma che invece è la crisi della famiglia tradizionale e niente altro. Allora, un credente, quali doveri ha in questo momento? Non di stringersi, di far quadrato attorno a un modello di famiglia che non ha più nessuna ragione storica di continuare, ma rifarsi all'esigenza evangelica, interrogarsi di fronte ai Vangelo. Ora, secondo me, il Vangelo, non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. Anche la sacra famiglia è un invenzione posteriore, borghese, perché la famiglia di Nazareth, non è un modello di famiglia, per il semplice fatto che, almeno nelle convinzioni di fede, Maria e Giuseppe non erano autenticamente marito e moglie. Quindi, presentare come modello di famiglia un modello in cui proprio l'aspetto principale non era integro, significa fare una mistificazione. Indicazioni evangeliche. Occorre domandarsi piuttosto in che senso il Vangelo si apre a questa esperienza particolare della vita che è l'amore nella famiglia, nella linea della liberazione, cioè nella crescita secondo il disegno di Dio. A me pare che ci siano dei punti fermi, questa volta autenticamente fermi, a cui fare riferimento in questo tentativo di recupero del significato evangelico che può avere la vita nell'amore, la vita familiare. Innanzi tutto, è sicuramente un'affermazione di fondo del Vangelo che dinanzi a Cristo non c'è nessuna differenza fra l'uomo e la donna, dinanzi a Cristo non c'è né maschio né femmina. Quelle discriminazione desunte dalla realtà sociologica, che hanno un riflesso nella sacra scrittura, devono essere subordinate a questa che è l'autentica rivelazione in rapporto alla resurrezione: in Gesù Cristo la disparità tra l'uomo e la donna è abolita. Certo noi sappiamo che la parola del Vangelo non si presta a diventare - guai del se lo facessimo - un fondamento per nuovi ordinamenti giuridici; perché la parola del Vangelo, come si suol dire, è parola profetica, cioè una parola che indica certe linee di crescita, le quali sboccano in una totale liberazione cristiana. In secondo luogo, secondo il Vangelo, la fedeltà non è il risultato di una legge esterna che costringe, ma è un'espressione dell'amore. Un'altra esigenza interna allo spirito evangelico è il rifiuto della strumentalizzazione, del rendere l'altro uno strumento di se. Espressioni bibliche quali "la persona umana è fatta a immagine di Dio", "amate i vostri mariti come la Chiesa ama Cristo", "amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa", per un credente sono un invito decisivo a rifiutare di fare dell'altra persona uno strumento di sé, si tratti dei rapporti fra coniugi, si tratti di rapporti familiari. Questo rispetto della persona significa garanzia del rapporto veramente comunitario, perché tra rapporto comunitario e rapporto di società stabilito dalla legge c'è una differenza di qualità: il rapporto comunitario in tanto è, in tanto vive, in quanto trova la sua sorgente nel libero consenso e nel rispetto spontaneo della coscienza verso l'altro; i rapporti societari invece sono quelli che si stabiliscono per forza di legge. La famiglia, istituzione legata alle condizioni storiche. Siamo all'ultimo punto: non dobbiamo cadere in un così ingenuo evangelismo da credere che la famiglia non interessi la società, che debba essere riferita soltanto all'esperienza spirituale. Ogni espressione dell'uomo, ma la famiglia in particolar modo, in quanto si innesta nei rapporti sociali generali, ha bisogno di istituzionalizzarsi. La istituzionalizzazione è un momento di serietà umana, il momento in cui si traduce in norma esterna la responsabilità di fronte alla società intera. Però, non è con questo momento istituzionale che si definisce la famiglia. Il momento istituzionale è quello in cui l'esperienza della famiglia assume rapporti e responsabilità con l'insieme della realtà sociale. E la società, come tale, ha bisogno di tutelare la famiglia, di farsene garante in qualche modo, di proteggerne e favorirne lo sviluppo. Ma questo momento, lo ripeto, è del tutto legato alle condizioni storiche e varia a seconda del mutare delle condizioni storiche; perciò oggi c'è bisogno di una nuova istituzionalizzazione della famiglia. La famiglia è una creazione continua. Nella Bibbia c'è la poligamia, poi si è acquisito il concetto della famiglia monogamica, che forse è un concetto irrinunciabile. Però non si deve dire che è la natura che l'ha voluto, perché questo significa attribuire alla natura astratta delle conquiste storiche che sono invece relative anch'esse. Forse la famiglia dovrà cambiare ancora forma, dovrà cambiare struttura. Il concetto del diritto naturale è un concetto dell'immobilismo borghese, con cui si sono voluti rendere eterni e immutabili alcuni rapporti che erano funzionali alla società borghese. E qual è il criterio con cui la famiglia deve cambiare struttura? E' quel di più di libertà che l'uomo deve avere. Quando diciamo libertà non parliamo della libertà soggettivistica identica al libero arbitrio, ma di una libertà in cui veramente l'esistenza dell'uno sia garanzia e condizione della libertà di tutti gli altri. Questa crescita della famiglia presuppone un nuovo diritto familiare in cui dovrà essere anche previsto il caso nel quale la fedeltà reciproca di indissolubilità non è più possibile. Cioè la clausola del divorzio come verifica di un fallimento dell'esperienza e come legittima dei due, che hanno portato a termine un esperienza fallita, di crearsi una esistenza coniugale. Questo la legge lo può fare; a rigore, lo deve fare. Però il diritto di famiglia non è questo. Ecco perché dovremo, una volta superata la battaglia sul referendum, considerarci continuamente mobilitati per favorire in Italia una modificazione profonda del diritto di famiglia, perché esistono già ormai le condizioni di coscienza generali e perché certe norme giuridiche della tradizione siano abolite e superate. E naturalmente, quando si fa questa battaglia per un nuovo tipo di famiglia, si deve fare anche una battaglia per un nuovo tipo di società, perché se i rapporti economici rimangono quelli che sono poco vale il modificare i rapporti giuridici. Al più avremmo un aggiornamento neo-capitalistico della famiglia. In ogni caso, una battaglia per la famiglia che si apre con il referendum, non si chiude con il referendum. Però dobbiamo dirci che noi, in quanto cristiani, non abbiamo niente, nessun modello nostro da difendere. Noi dobbiamo ricercare con gli altri un modello giuridico ed etico di famiglia, perché non abbiamo privilegi di nessuna sorta come credenti. Come credenti ci compete l'onere e il privilegio, se volete, di essere fedeli alle ispirazioni evangeliche fondamentali; ma queste ispirazioni non sono da tradurre come modello etico-giuridico, poiché sono una spinta continuamente trasformante della realtà storica, disponibili a sempre nuove forme di ordinamento familiare. fonte: Adista, agenzia di stampa sul mondo cattolico e le realtà religiose: www.adistaolnline.it"
martedì, maggio 15, 2007
"La mafia ha molti difetti ma un pregio: è politicamente coerente." (Jena)
domenica, maggio 13, 2007
"Erano parecchi in piazza, ogni leader del centrodestra si era giustamente portato le sue due o tre famiglie." (Jena)
sabato, maggio 12, 2007
dal manifesto di oggi
dal manifesto di ieri: "Il paese delle auto blu di Galapagos - Diciamolo: i confronti internazionali sono avvilenti. Per l'Italia, ovviamente: sempre in coda, spesso superata da paesi del terzo mondo, qualunque sia la materie della classifica. Ma oggi brindiamo: siamo primi. Primi al mondo nella graduatoria del parco delle «auto blu»: ne abbiamo - ha stimato l'Associazione contribuenti italiani - 574.215. Un record mondiale insuperabile visto che i 9 paesi che ci seguono in graduatoria (tra i quali gli Stati uniti) tutti insieme ne hanno meno di 450 mila. Insomma, il primo posto per decenni non ce lo toglierà nessuno. La ricerca ci spiega che il censimento riguarda le autovetture dello stato, regioni, province, comuni, municipalità, comunità montane, enti pubblici economici e non, società miste pubblico/private. Fatti due conti risulta che un italiano su 100 ha diritto all'auto blu e che in Italia ci sono un mare di persone che di mestiere trasporta gente sulle auto blu. Che, a guardare le foto che spesso appaiono sulla stampa, sono molte di più degli aventi diritto, visto che un passaggio in auto a un familiare o un amico non si rifiuta mai. Per fortuna da alcuni anni tutti i governi si sono impegnati nella riduzione del numero delle auto blu in circolazione. Ma è proprio vero? Sembrerebbe proprio di no, stando ai numeri forniti dalla ricerca: «in due soli anni, si è passati da 198.596 auto blu a 574 mila, triplicado di fatto gli automezzi». Ma come è accaduto? Possibile che nessuno rottami? Altra spiegazione: «dopo la legge del 1991 che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli ministri, sottosegretari e ad alcuni direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati». «Per fortuna» gran parte del parco auto è costituita da modelli del gruppo Fiat, anche se Bwm e Audi sono sempre più frequenti. La Fiat forse è felice, i contribuenti, che vedono sfumare pensioni e tesoretto, molto meno."
venerdì, maggio 11, 2007
"Se Rutelli non fosse ministro andrebbe al Family day, ma Rutelli purtroppo è ministro." (Jena)
giovedì, maggio 10, 2007
By By Blair...non mi mancherai! (Tony Blair today announced he was stepping down after 10 years as prime minister and 13 as Labour leader)
mercoledì, maggio 09, 2007
Ferdinando Camon da buon provinciale che si sente arrivato in vetta, avendo esaurito le cose interessanti da dire (molto poche fin dall'inizio) cavalca (con moderazione) la "venità", una Fallacci in venire, banalotto nel confrontare Treviso a Roma, pauroso di perdere la sua rosicchiata ricchezza...un po' del suo colto vuoto pensiero lo trovate qui (sic!)
lunedì, maggio 07, 2007
a Palazzo Grassi da questo weekend...
domenica, maggio 06, 2007
«L’OPA de Sarkozy sur Le Pen a réussi»
ci terremo Sarcozzi! e bruceremo per scaldarci qualche auto nelle banlieu (Suv preferibilmente)
sabato, maggio 05, 2007
"Faremo la legge sul conflitto di interessi. Prodi ieri è stato perentorio, proprio come undici anni fa." (Jena)
venerdì, maggio 04, 2007
"Cancellato dalle liste per il comune di Roma l'onorevole non può votare né essere votato. Ma è ancora alla camera - Un anno da abusivo - Previti resta deputato - 4 maggio 2006 Dodici mesi fa la Cassazione rendeva definitiva la condanna dell'ex ministro con l'interdizione ai pubblici uffici. Ma la giunta continua a discutere della decadenza (anche oggi) e Previti continua a ricevere lo stipendio (12000€ al mese)"
giovedì, maggio 03, 2007
titolo del giorno sul manifesto: "Il papa mazzola Rivera"
mercoledì, maggio 02, 2007
scomodare il termine "terrorismo" per una battuta o "odio anticlericale" per stigmatizzare chi osa parlare dei preti...dal capo ai suoi scugnizzi...come persone e non come prescelti da un improbabile dio...indica molto bene quale sia il nostro livello convivenza con questa cricca di privilegiati...forse solo la Polonia è messa peggio di noi!
martedì, maggio 01, 2007
che i segretari nazionali dei sindacati fossero dei "paraculi" si sapeva...che avessero bisogno del primo maggio per ricordarcelo e farci sapere che non bisogna attaccare la più estesa setta che sfrutta, in buona fede, milioni di ingenui mi sembra eccessivo...una delle battute incriminate mi ha fatto proprio ridere: "Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la chiesa non si è mai evoluta"